Edwards e Giuliani si ritirano!

John Edwards si ritira, ma ottiene l’impegno formale di Hillary Clinton e di Barack Obama a lottare per debellare la povertà in America. Rudi Giuliani si ritira e sostiene John McCain.

Memorabile discorso di Barack Obama alla University of Denver

ANTHONY M. QUATTRONE

L’ex senatore del Nord Carolina, John Edwards, ha deciso di “sospendere” la sua partecipazione nelle primarie democratiche. Dopo le primarie in Iowa, New Hampshire, Michigan, Nevada, e Sud Carolina, e prima del Super Tuesday del prossimo martedì, in cui si svolgeranno consultazioni elettorali in 22 stati, Edwards si è fatto da parte per “lasciare che la storia possa tracciare la sua via”, come ha detto nel suo discorso d’addio, a New Orleans, il 30 gennaio. Edwards ha aggiunto che, “con le nostre convinzioni e con un po’ di spina dorsale, ci riprenderemo la Casa Bianca a novembre”. E’ interessante notare che Edwards non ha dichiarato di ritirarsi dalle primarie, ma di “sospendere” la sua partecipazione, sia per poter continuare a ricevere il contributo pubblico per la sua campagna elettorale (un dollaro federale per ogni dollaro ricevuto da finanziatori privati, fino a un massimo di 250 dollari per finanziatore), sia per lasciare aperto uno spiraglio alla sua partecipazione all’azione politica dei democratici nei mesi a venire.

Edwards, tuttavia, ha deciso di non dare il suo appoggio specifico ad uno dei due candidati ancora in gara, la senatrice di New York, Hillary Clinton, o il senatore dell’Illinois, Barack Obama, preferendo di sostenere lo sforzo del partito democratico nel suo complesso, per vincere le presidenziali. L’ex senatore del Nord Carolina ha, tuttavia, strappato una promessa da entrambi i candidati ancora in gara. Clinton e Obama si sono formalmente impegnati con Edwards affinché la lotta per debellare la povertà in America fosse al centro dell’iniziativa del futuro presidente democratico.

La campagna elettorale di Edwards si è fermata dove era iniziata circa 13 mesi fa, a New Orleans. L’ex senatore aveva scelto questa città, vittima della distruzione causata dall’uragano Katrina, per far partire la sua campagna elettorale per dare una voce al “pianto degli oppressi che Washington non sente”. La campagna di Edwards è partita con una sfilza di idee progressiste come la necessità di dare la copertura assicurativa medica universale, è stato il primo a chiedere al Congresso di non finanziare la guerra in Iraq, e si è battuto in prima fila per denunciare il potere delle lobby a Washington, proponendo di regolamentarli.

Hillary Clinton, commentando la decisione di Edwards, ha dichiarato che “John Edwards ha chiuso la sua campagna oggi nello stesso modo in cui l’ha iniziata, stando a fianco alla gente che troppo spesso viene emarginata e lasciata sempre fuori dal nostro dibattito nazionale.”

Per Obama, in un discorso molto appassionato a Denver, ha commentato il ritiro di Edwards complimentandosi con l’ex senatore e sua moglie Elizabeth per la lotta contro la povertà che divide l’America in due, dichiarando che “la coppia ha sempre creduto profondamente che le due Americhe possono diventare una, e che il nostro paese può unirsi attorno a questo scopo comune”. Obama ha incoraggiato i suoi sostenitori ad abbracciare questo obiettivo dei coniugi Edwards.

E’ difficile capire come si comporteranno i sostenitori di Edwards nelle prossime primarie, in mancanza di una sua aperta e decisa preferenza per uno dei due candidati ancora in gara. Secondo un sondaggio condotto qualche giorno fa per l’Associated Press/Yahoo, fra i sostenitori dell’ex senatore il 40 percento appoggerebbe Clinton, il 25 è per Obama, mentre il restante 35 è ancora indeciso.

Mentre Edwards annunciava la “sospensione” della sua campagna elettorale a New Orleans, Barack Obama teneva un discorso, quasi in contemporanea, dinnanzi a 14 mila persone all’Università di Denver, in Colorado. Il numero dei partecipanti è considerato un record se si considera che nel 2004 solo 12 mila democratici votarono nelle primarie democratiche in Colorado.

Alla presenza di Caroline Kennedy, che lo ha presentato al pubblico, Obama ha detto che questa campagna elettorale “riguarda il passato che si batte contro il futuro, e se io sarò il candidato, i repubblicani non potranno far sì che queste elezioni riguardino il passato. Se scegliete il cambiamento, avrete un candidato che non dice alla gente solo quello che vogliono sentire. Le opinioni testate dai sondaggi e le risposte calcolate sono il modo in cui Washington affronta le sfide, ma non è il modo in cui si può vincerle, non è il modo in cui si ispira il nostro paese ad unirsi attorno ad uno scopo comune, e non è quello di cui l’America ha bisogno in questo momento. Avete bisogno di un candidato che dice la verità”.

Il discorso di Obama all’Università di Denver ha riportato alla ribalta concetti cari ai democratici, dai temi legati alla lotta per i diritti civili, a quelli della solidarietà, della libertà, e dell’ottimismo del progresso, ribadendo la necessità di unire l’America. Obama ha detto, “Abbiamo seguito un King (ndr: Martin Luther King) fino alla cima di una montagna, e un Kennedy (ndr: Bob Kennedy) che ci ha chiesto di rigettare l’insensata minaccia della violenza. Siamo il partito di un giovane presidente (ndr: John Fitzgerald Kennedy) che ci ha detto di chiederci cosa potevamo fare per il nostro paese, e che ci ha messo sulla traiettoria per la luna. Siamo il partito di un uomo che ha saputo superare un handicap personale (ndr: Franklin Delano Roosevelt), che ci ha detto che dovevamo avere paura solo della paura stessa, e che ha saputo battere il fascismo e liberare un intero continente dalla tirannia. Siamo il partito di Jackson, che riprese la Casa Bianca per la gente di questo paese. E siamo il partito di Jefferson, che scrisse le parole che ancora ascoltiamo — che siamo stati tutti creati uguali, e che ci mandò ad Ovest a tracciare nuovi sentieri, fare nuove scoperte, ed ad attuare le promesse dei nostri più alti ideali. Ecco chi siamo”. L’intero testo del discorso di Obama è disponibile in rete.

Sul fronte repubblicano, l’ex sindaco di New York Rudi Giuliani ha finalmente annunciato il 30 gennaio di ritirarsi dalla competizione elettorale e ha chiesto ai suoi elettori di sostenere il senatore dell’Arizona, John McCain. Giuliani e McCain sono apparsi insieme alla Biblioteca Presidenziale Ronald Reagan a Simi Valley in California. Giuliani ha dichiarato che “John McCain è il più qualificato dei candidati per essere il prossimo Comandante in Capo degli Stati Uniti. E un eroe americano.” Giuliani ha voluto anche rimarcare il significato del luogo dove ha deciso di annunciare il suo ritiro e l’appoggio che darà a McCain, dichiarando che “è giusto fare questo annuncio qui, presso la biblioteca Reagan perchè la leadership del presidente Reagan rimane un’ispirazione sia per John McCain,sia per me”. McCain, ha ringraziato Giuliani, definendolo “il mio forte braccio destro, il mio partner, il mio amico”.

Pubblicato su Agenzia Radicale il 31 gennaio 2008.

McCain vince. Giuliani medita di ritirarsi e appoggiare McCain.

ANTHONY M. QUATTRONE

Nelle primarie repubblicane della Florida del 29 gennaio, il senatore dell’Arizona John McCain ha vinto con il 36 percento, contro il 31 per l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, il 15 per l’ex sindaco di New York, Rudi Giuliani, il 13 per l’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, e il 3 del deputato del Texas, Ron Paul.  Con questa vittoria, McCain si aggiudica tutti i 57 delegati della Florida che voteranno nella convention repubblicana del prossimo settembre a Minneapolis-Saint Paul, Minnesota.

La vittoria di McCain in Florida non solo conferma la traiettoria positiva che sta caratterizzando le sue ultime prove elettorali, ma getta anche le basi per costruire un’alleanza che potrebbe portarlo a superare il 50 percento dei consensi in casa repubblicana.  Secondo il Devlin Barrett dell’Associated Press, sembrerebbe, infatti, che dopo la cocente sconfitta in Florida, Rudi Giuliani sarebbe intenzionato a gettare la spugna a favore dell’anziano ex prigioniero di guerra..

La possibile alleanza fra McCain e Giuliani potrebbe essere alla base della dichiarazione che McCain ha fatto, dopo aver ricevuto le congratulazioni dell’ex sindaco per la vittoria in Florida.  McCain ha detto, “voglio ringraziare il mio caro, caro amico Rudi Giuliani, che ha investito il suo cuore e la sua anima in queste primarie e si è sempre comportato in linea con le qualità di un eccezionale leader americano, quello che lui è.  Grazie Rudi per tutto quello che hai aggiunto a questa gara e per essere un’ispirazione per me e per milioni d’Americani”.

La sconfitta di Giuliani era nell’aria già da qualche giorno, specialmente da quando McCain, Romney e Huckabee continuavano a guadagnare consensi attraverso le competizioni negli stati più piccoli.

Per gli analisti americani, due fattori maggiori hanno contribuito alla sconfitta di Giuliani.  In primo luogo, Giuliani non era è in linea con il credo conservatore, tanto caro alla destra religiosa americana.  Non è completamente contro l’aborto, non è contrario ad alcuni diritti dei gay, e non ha dimostrato di essere particolarmente a favore della libertà di portare un’arma.  In secondo luogo, Giuliani ha preferito condurre una campagna elettorale atipica, concentrandosi solo sugli stati grossi, con un alto numero di delegati. Questa strategia non gli ha permesso di mettersi in luce negli stati più piccoli, dove si sono svolte le prime consultazioni.  Pertanto, non solo non ha ricevuto una adeguata copertura dei media, ma non è riuscito ad apparire come un “vincitore”.

Per Michael Powell e Michael Cooper del New York Times, la sconfitta di Giuliani in Florida va ricercata in un’altra dinamica, forse ancora più semplice: “Più gli elettori repubblicano lo vedevano, meno lo volevano votare”.  Per i giornalisti del Times, Giuliani ha fatto enormi sforzi per sembrare un “vero” conservatore, ma, non è riuscito a convincere l’elettorato repubblicano in Florida.

In Florida hanno votato anche gli elettori democratici, ma, a causa della decisione della Florida di anticipare le primarie, la direzione nazionale del partito ha privato lo stato di tutti i suoi delegati per la convention del prossimo agosto.  La senatrice di New York, Hillary Clinton, ha ottenuto il 50% dei voti, contro il 33 per il senatore dell’Illinois, Barack Obama, e il 14 per l’ex senatore del Nord Carolina, John Edwards.

Ora si va spediti verso il Super Tuesday del prossimo 5 febbraio, quando gli elettori in 22 stati voteranno per i candidati democratici e repubblicani.  L’unico appuntamento elettorale prima del Super Tuesday, sarà la competizione repubblicana di venerdì 1 febbraio nel Maine.

Pubblicato su Agenzia Radicale il 30 gennario 2008.

Oggi si vota in Florida, fra 7 giorni in 22 stati

ANTHONY M. QUATTRONE

Probabilmente oggi si deciderà in Florida la sorte dell’ex sindaco di New York, Rudi Giuliani, per quanto riguarda la sua aspirazione a diventare il candidato repubblicano alle prossime elezioni presidenziali USA che si terranno a novembre. Il sindaco più famoso d’America sta conducendo una campagna elettorale alquanto atipica concentrando tutte le sue risorse e l’attenzione sugli stati più grossi dell’Unione, cioè quelle con il numero più alto di delegati che parteciperanno alla Convention Repubblicana che si terrà dall’1 al 4 settembre.

In pratica, Giuliani è stato quasi del tutto assente nelle consultazioni elettorali repubblicane che si sono svolte fino ad ora in sei stati, cioè in Iowa, Wyoming, Michigan, New Hampshire, Nevada, e Sud Carolina, riscuotendo punteggi percentuali bassissimi. Durante il mese di gennaio, Giuliani ha visto scendere il suo consenso a livello nazionale dal un picco del 44 percento raggiunto in un sondaggio nazionale della ABC News/Washington Post nel febbraio dello scorso anno, al magro 12 percento dell’ultimo sondaggio condotto per il Los Angeles Times/Bloomberg il 22 gennaio 2008, che lo piazza al quarto posto, dietro al senatore dell’Arizona, John McCain con 22 percento, l’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, con 18 percento, e l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, con 17.

La settimana scorsa, Giuliani ha dovuto registrare anche una sonora stroncatura da parte del New York Times, il quale ha deciso non solo di appoggiare John McCain come miglior candidato per i repubblicani, ma ha anche voluto spiegare in dettaglio perchè non può appoggiare l’ex sindaco di New York. Il New York Times appoggiò Giuliani per la sua rielezione nel 1997, perchè era convinto che il sindaco aveva trasformato New York da una città sporca, pericolosa, ed ingovernabile, in una città pulita, sicura, e ordinata. Per il giornale, il Giuliani di allora non esiste più, se è mai esistito, e quello che è venuto alla luce in questi ultimi anni è un arrogante, reticente, e vendicativo politico, che ha utilizzato ed utilizza il potere per fini personali, circondandosi di pessimi collaboratori, alcuni dei quali sono finiti sotto inchiesta per crimini di varia natura. Il New York Times accusa Giuliani anche di aver sfruttato per fini politici il disastro dell’undici settembre e le paure create dal terrorismo, scrivendo che “il Rudolph Giuliani del 2008 ha vergognosamente trasformato l’orrore dell’undici settembre in un affare lucrativo, con una lista di clienti segreti, per poi sfruttare il peggiore incubo della città e del paese, per promuovere la sua campagna elettorale”.

Quali sono le reali possibilità di Giuliani in Florida? Secondo la media dei sette sondaggi più recenti, McCain e Romney sono alla pari con il 27 percento, seguiti da Giuliani con il 17 percento, da Huckabee con 15, ed infine, da Ron Paul, con 4 percento. Non sembra, secondo i sondaggi, che Giuliani ha la pur minima possibilità di vincere in Florida, dove le regole del partito repubblicano prevedono che al vincitore spettano tutti i 57 delegati in palio. Nel campo di Giuliani, si spera che i sondaggi si sbaglino ancora una volta, così com’è successo per i democratici in alcune occasioni in queste ultime tornate elettorali.

Sul fronte democratico Barack Obama ha sbancato nel Sud Carolina sabato scorso, andando oltre tutte le previsioni dei sondaggi, ottenendo il 55 percento dei consensi degli elettori democratici. Hillary Clinton ha ottenuto il secondo posto con il 27 percento, davanti a John Edwards con il 18 percento.

La straordinaria partecipazione popolare nelle primarie democratiche nel Sud Carolina, dove oltre 530 mila cittadini hanno votato, registrando l’83,5 percento di aumento rispetto al 2004, quando 290 mila democratici votarono, indica che l’interesse popolare nei confronti dei democratici si va consolidando, seguendo una traiettoria iniziata in Iowa e continuata negli altri stati dove, fino ad ora, si sono svolte le primarie del partito dell’asinello.

Secondo un exit poll condotto per il New York Times , circa il 55 percento dei votanti era composto da neri e 43 percento da bianchi. Obama è riuscito a conquistare il 78 percento del voto nero, Clinton il 19, e Edwards il 2 percento. Fra i bianchi, Obama ha ottenuto solo il 24 percento, contro il 36 per Clinton e il 40 per Edwards.

Secondo Patrick Healy del New York Times, la vittoria di Obama è in parte dovuta al fatto che il senatore dell’Illinois “è riuscito a portare al voto un altissimo numero di neri, una dinamica che non si dimostrerà necessariamente decisiva nei 22 stati in cui si svolgeranno le consultazioni il 5 febbraio”. Nel suo articolo del 27 gennaio, Healy scrive che Obama ha ottenuto “una quota del voto bianco, il 24 percento, al di sotto di quanto ottenuto in Iowa e nel New Hampshire, un dato che solleva la preoccupazione che la questione razziale potrà dividere i democratici, anche a fronte dello straordinario entusiasmo che il partito dimostra nei confronti dei suoi candidati”.

Secondo l’influente deputato nero del Sud Carolina, James Clyburn, il quale continua a dichiarare una formale neutralità nei confronti di tutti i candidati democratici, gli attacchi molto duri che l’ex presidente Bill Clinton ha rivolto contro Obama lo hanno aiutato a procedere in avanti. Per Clyburn, se Obama vincerà la candidatura democratica, “dovrà affrontare un’offensiva piena di attacchi quest’autunno, e potrà rivolgere lo sguardo verso il Sud Carolina, come il posto che lo ha temprato”.

Obama, immediatamente dopo aver appreso i risultati ha dichiarato, ad una folla festante in Columbia, la capitale del Sud Carolina, che “stasera, ai cinici che credevano che quello che era iniziato nelle nevi dell’Iowa era solo un’illusione è stata raccontata una storia diversa dalla brava gente del Sud Carolina. Dopo quattro grosse competizioni in ogni angolo del paese, abbiamo più voti, più delegati, e la più diversa coalizione di Americani che abbiamo visto da tanto, tantissimo tempo”.

Obama, rispondendo ad un attacco dei coniugi Clinton, che prima delle primarie del Sud Carolina hanno utilizzato qualche frase di Obama, fuori del contesto in cui erano state pronunciate, per far sembrare che il senatore dell’Illinois era favorevole alle idee dei repubblicani, ha dichiarato che “siamo di fronte a decenni di amara partigianeria che porta i politici a demonizzare gli avversari, invece di avvicinarsi. E’ un tipo di partigianeria che ti vieta anche di dire che un repubblicano ha un’idea, anche se è un’idea che non condividi. Questo tipo di politica non fa bene al nostro partito, e non fa bene al nostro paese.”

In un editoriale del New York Times di domenica, Caroline Kennedy, la figlia del presidente John F. Kennedy, assassinato nel 1963, ha scritto un opinione a favore di Barack Obama intitolato “Un presidente come mio padre”. Caroline scrive che “non ho mai visto un presidente che mi ha potuto ispirare nel modo in cui le persone mi dicono che mio padre ispirava loro. Ma per la prima volta, penso che ho trovato un uomo che potrebbe essere quel presidente—non solo per me, ma per una nuova generazione di americani”. Ora si attende che anche il fratello del presidente Kennedy, il senatore del Massachusetts e patriarca del partito democratico, Ted Kennedy, prenda posizione a favore di Obama.

Pubblicato sull’Avanti! del 29 gennaio 2008.

Il New York Times tromba Rudolph Giuliani!

Il giornale di New York appoggia Clinton per i democratici e McCain per i repubblicani

di ANTHONY M. QUATTRONE

Alla vigilia delle primarie democratiche nel Sud Carolina e a pochi giorni dalle importantissime primarie repubblicane in Florida, il New York Times ha deciso di annunciare pubblicamente le sue preferenze per la nomina a candidato presidente per i due maggiori partiti. Per i democratici, il massimo giornale di New York appoggia Hillary Clinton, e per i repubblicani, John McCain.
Il New York Times considera la senatrice di New York, Hillary Clinton, pronta per affrontare dal primo giorno alla Casa Bianca sia i problemi internazionali, sia quelli interni. Per il giornale, la Clinton è sicuramente più esperta e preparata del senatore dell’Illinois, Barack Obama, per dirigere il paese e riportare l’America sulla rotta giusta. Il giornale si dichiara affascinato dalle idee e dall’entusiasmo di Obama, ma è preoccupato che il relativamente giovane senatore nero non abbia ancora avuto l’occasione di dimostrare come metterebbe in pratica le sue idee. Invece, Hillary Clinton, specialmente nel suo ruolo di senatrice dello stato di New York, ha già dato ampia dimostrazione delle sue capacità di fare quello che promette. Il New York Times auspica che la senatrice Clinton dimostri agli elettori le sue immense capacità di ascoltare e di dirigere, nutrendo la speranza che la grande capacità intellettiva della Clinton serva anche a dimostrare agli scettici che è capace di aprirsi, spiegarsi, e dirigere.
Il Times, tuttavia, ammonisce la Clinton che”così come appoggiamo risolutamente la sua candidatura, chiediamo alla signora Clinton di cambiare il tono della sua campagna”. Per il giornale, la dura campagna della Clinton contro Obama “non fa bene al paese, al Partito Democratico, o alla signora Clinton stessa, che spesso è etichettata come una persona che crea divisioni”.
Il Times liquida l’ex senatore del Nord Carolina, John Edwards, lamentando che a causa delle troppe opinioni che il senatore ha cambiato negli ultimi anni su diversi temi, “non siamo certi quali siano le sue opinioni”.
Fra i repubblicani, il New York Times appoggia il senatore dell’Arizona, John McCain, perchè, secondo il giornale, oltre ad essere un eroe nazionale (riferendosi ai 5 anni trascorsi nelle prigioni comuniste in Vietnam) è l’unico candidato repubblicano che si è coerentemente battuto contro la tortura dei prigionieri sospettati di appartenere ad organizzazioni terroriste, per i diritti degli immigrati, e per la riforma del sistema di finanziamento delle elezioni americane. Il giornale di New York ammette di non essere in linea con le fondamentali convinzioni dei repubblicani, ma crede che John McCain è l’unico fra i candidati repubblicani che ha dimostrato di essere capace di lavorare con i deputati e senatori di entrambi i partiti, nell’interesse del paese.
Il giornale spiega le ragioni per cui non appoggia l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, e l’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, addebitando al primo troppi cambiamenti di opinioni, e al secondo la troppa intransigenza religiosa, tipica della destra cristiana americana.
Il giornale ha voluto spiegare in dettaglio perchè non può appoggiare l’ex sindaco di New York, Rudi Giuliani. Il New York Times appoggiò Giuliani per la sua rielezione nel 1997, perchè il giornale era convinto che il sindaco aveva trasformato New York da una città sporca, pericolosa, ed ingovernabile, in una città pulita, sicura, e ordinata. Per il New York Times il Giuliani di allora non esiste più, se è mai esistito. Il Giuliani che è venuto alla luce in questi ultimi anni è un arrogante, reticente, e vendicativo politico, che ha utilizzato ed utilizza il potere per fini personali, circondandosi di pessimi collaboratori, alcuni dei quali sono finiti sotto inchiesta per crimini di varia natura. Il New York Times accusa Giuliani di aver sfruttato per fini politici il disastro dell’undici settembre e le paure create dal terrorismo, scrivendo che “il Rudolph Giuliani del 2008 ha vergognosamente trasformato l’orrore dell’undici settembre in un affare lucrativo, con una lista di clienti segreti, per poi sfruttare il peggiore incubo della città e del paese, per promuovere la sua campagna elettorale”.
Con la stroncatura del New York Times, il test della Florida potrebbe diventare decisivo per Rudi Giuliani, il quale, sino ad ora, non è riuscito a brillare in nessuno degli stati in cui si sono svolte le primarie repubblicane.

Pubblicato su Agenzia Radicale del 26 gennaio 2008.