Disoccupazione USA: un calo solo statistico

Anthony M. Quattrone

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Il tasso di disoccupazione americano è sceso al 7,5% per il mese di aprile 2013, registrando il livello più basso in quattro anni. Il dato, annunciato il 3 maggio 2013 dal Dipartimento del Lavoro USA, ha avuto un effetto positivo immediato sui mercati americani e internazionali, portando la Media Industriale Dow Jones sopra quota 15.000 per la prima volta nella sua storia. Secondo i dati annunciati dal governo USA, i nuovi posti di lavoro, nei settori non agricoli, sono aumentati di 165 mila unità, superando di 20 mila quelli già previsti. Il dato di aprile è anche superiore alla rilevazione di marzo, che, dopo varie correzioni, si è attestato ad un aumento di circa 138 mila posti di lavoro rispetto al mese precedente.

La traiettoria positiva sicuramente avvantaggia il presidente Barack Obama e suggerisce che l’economia americana si stia avviando verso la risoluzione di una lunga crisi, beneficiando di un mercato immobiliare in netta ripresa, un aumento della fiducia dei consumatori, e di una serie di iniziative da parte della Federal Reserve, che hanno aiutato a far diminuire i costi del credito e aumentare il valore del mercato azionario. La Fed ha indicato che intende tenere il costo del denaro il più basso possibile, almeno sino a quando la disoccupazione non sarà scesa fino al 6,5 percento.

Obama, nel discorso che tenne il 7 novembre 2012, in occasione della vittoria nelle elezioni presidenziali per il suo secondo mandato, disse che “Possiamo continuare a lottare per nuovi posti di lavoro, per nuove opportunità e per una sicurezza nuova a favore della classe media . . . Credo che siamo in grado di mantenere le promesse dei nostri padri fondatori, l’idea che se vuoi lavorare sodo . . . allora puoi farlo qui, in America”. Oggi la promessa di Obama sembra prendere forma mentre gli Stati Uniti continuano a immettere posti di lavoro nell’economia.

Tuttavia, non tutti gli analisti concordano sulla bontà dei dati sulla discesa della disoccupazione, perché la metodologia del calcolo della percentuale di disoccupazione non da un quadro completo della situazione del lavoro negli USA.

Secondo alcuni analisti, sarebbe importante controllare nelle statistiche pubblicate dal governo USA il dato percentuale generato dal rapporto fra il numero di persone impiegate e la popolazione “non instituzionale”, vale a dire, la somma di tutte le persone dai 16 anni in su, non arruolate nelle forze armate, non rinchiuse in un ospizio o in una prigione. Questa percentuale è importante perché da una visione più precisa dello stato dell’economia rispetto al dato pubblicato sulla disoccupazione, che invece è un rapporto fra i disoccupati in cerca di lavoro e la forza lavoro (cioè, la somma degli impiegati e i disoccupati in cerca di lavoro). In breve, un disoccupato che si è scoraggiato e non cerca più lavoro non conta più come parte della forza lavoro e pertanto le statistiche non lo conteggiano più. Pertanto è fondamentale conoscere tre dati per capire l’andamento dell’occupazione negli USA. Il primo è il totale della popolazione non istituzionale. Il secondo è il totale della forza lavoro (occupati più disoccupati in cerca di lavoro). Il terzo è il numero degli occupati.

Utilizzando questi tre dati si può raffrontare i dati dell’aprile 2012 con quelli dell’aprile 2013 e si possono trarre alcune interessanti conclusioni. La popolazione “non istituzionale” americana è passata da 242,784 milioni di persone a 245,175 milioni, con un aumento di 2,391 milioni di persone. A fronte di questo aumento della popolazione potenzialmente lavorativa, la forza lavoro è cresciuta da 154,451 milioni dell’aprile 2012 ai 155,238 milioni dell’aprile 2013, pari a un aumento di sole 787 mila unità, ovvero, un terzo dell’aumento della popolazione “non istituzionale”. Gli occupati sono andati dai 141,934 milioni di lavoratori dell’aprile 2012, ai 143,579 milioni dell’aprile 2013, con un aumento di 1,645 milioni di lavoratori. La lettura di questi dati, indica che addizionando i disoccupati in cerca di lavoro dell’apile 2012, (cioè 12,517 milioni di persone) con l’aumento della popolazione non istituzionale (cioè 2,391 milioni di persone), si arriva a un totale di 14,908 milioni di persone. Da questo totale si può sottrarre l’aumento del numero degli occupati fra l’aprle 2012 e quello del 2013 (cioè 1,645 milioni di lavoratori). Pertanto, i disoccupati dovrebbero essere 13,263 milioni di persone. I dati pubblicati dal governo USA registrano 11,659 milioni disoccupati ancora in cerca di lavoro. La differenza fra i due dati dimostra che 1,604 milioni di americani che non lavorano non sono più considerati “disoccupati” secondo le statistiche.

Lo stesso Dipartimento del Lavoro, nel suo rapporto ufficiale del 3 maggio 2013, definisce “discouraged” (scoraggiati) almeno 835 mila americani che non sono più considerati “disoccupati” in questo momento perché si sono arresi nella ricerca di un posto di lavoro.

Nella migliore delle ipotesi, volendo vedere “rosa”, si può utilizzare il rapporto fra popolazione impiegata e popolazione “non istituzionale”, e arrivare alla conclusione che negli USA la situazione è piuttosto stabile nell’ultimo anno: nell’aprile 2013 il 58,56% della popolazione “non istituzionale” è impiegata, contro il 58,46% dell’aprile 2012, con un aumento dello 0,10%. 

Il Thanksgiving Day americano: festa degli immigrati

Il presidente Obama "grazia" il tacchino "Liberty" alla presenza delle figlie Sasha e Malia, mercoledì 23 novembre 2011. (foto Associated Press)

Anthony M. Quattrone

Il Thanksgiving Day, celebrato negli Stati Uniti ogni anno nel quarto giovedì di novembre, è la festa degli immigrati. E’ una festa speciale perché nasce dal basso e non da una decisione imposta dallo stato o dalle autorità religiose. E’ la festa di un paese di immigranti che ringraziano, chi un dio, chi uno spirito superiore, e chi le semplici circostanze, per aver avuto la possibilità di una nuova vita emigrando dai paesi di provenienza, afflitti da crisi economiche, da carestie, da guerre fratricide, e da persecuzioni religiose, politiche o filosofiche.

La storia, o forse la leggenda, vuole che il “giorno del ringraziamento” nasca nel lontano 1621 quando gli abitanti della colonia di Plymouth, nell’odierna Massachusetts, ringraziarono la Provvidenza per quello che fu il loro primo buon raccolto, ricordando che durante l’inverno precedente la metà della popolazione della colonia perì per stenti e malattie. In quell’occasione, gli immigranti e la popolazione indigena, gli indiani della tribù Wampanoag, festeggiarono assieme, in pace, unendo tradizioni simili, quelle europee e quelle degli indiani d’America, per celebrare la conclusione del periodo della raccolta.

George Washington, il primo presidente americano, recepì il sentimento popolare, e proclamò il primo Thanksgiving Day nazionale, consigliando agli Stati della nuova repubblica americana di celebrarlo il 26 novembre 1789. Il presidente Abraham Lincoln fu il primo presidente ad ufficializzare la festa nazionale del Thanksgiving, quando, in piena Guerra Civile, nel 1863, stabilì di celebrarlo nell’ultimo giovedì di novembre. Il presidente Franklin Delano Roosevelt, quasi ottanta anni più tardi, nel 1939, decise che il Thanksgiving fosse celebrato nel penultimo giovedì di novembre, prolungando il periodo dello shopping natalizio, che tradizionalmente iniziava dopo il ringraziamento, per favorire i commercianti in un’America ancora nel pieno della Grande Depressione.

La decisione di Roosevelt fu ignorata dalla maggior parte degli Stati che continuarono a festeggiare il Thanksgiving nell’ultimo giovedì di novembre, rimanendo fedeli alla decisione di Lincoln. Il compromesso fu raggiunto solo nel dicembre 1941, quando Roosevelt ratificò una decisione del Congresso, stabilendo che la festività federale del Thanksgiving Day fosse celebrata nel quarto giovedì di novembre. Così, quando ci sono cinque giovedì nel mese di novembre, la festività è celebrata nel penultimo giovedì, mentre, quando ce ne sono quattro, la festività si celebra nell’ultimo giovedì del mese. Un compromesso che preserva la tradizione con esigenze puramente economiche.

Nel mondo il giorno del Thanksgiving americano è associato al consumo di tacchino, che la tradizione mette al centro del pranzo del ringraziamento. E’ diventata una tradizione anche la “grazia presidenziale” che il presidente americano concede nel giorno della vigilia al tacchino che gli allevatori donano alla Casa Bianca, destinandolo a un allevamento dove potrà vivere in modo confortevole il resto dei suoi giorni. Quest’anno, il presidente Barack Obama ne ha graziati due durante una piccola cerimonia alla Casa Bianca,  “Liberty” e “Peace”, che sono di 19 settimane e pesano circa 20 kg a testa.

Gli italo-americani, cui la stragrande maggioranza è composta dai discendenti della diaspora causata dalla crisi economica dovuta all’occupazione piemontese dell’ex Regno delle Due Sicilie, hanno integrato il tacchino “americano” nei tipici pranzi festivi delle proprie terre di origine. E così, assieme al tacchino, ci sono lasagne, cannelloni, maccheroni, spinaci, broccoli, fagiolini, e dolci tipicamente meridionali, come le sfogliatelle napoletane e i cannoli siciliani, il tutto con buone dosi di vini italiani. Il pranzo italo-americano del Thanksgiving è, ovviamente, spesso al centro delle trasmissioni televisive, ed è considerato una prelibatezza da imitare e replicare a tutti i costi.

Finito la festa, si torna all’economia: il giorno dopo il Thanksgiving, chiamato “Black Friday” (venerdì nero), decreta l’inizio della periodo dello shopping natalizio, con moltissimi grandi negozi che prolungano l’apertura per la vendita dalle quattro del mattino fino alla mezzanotte, scontando molti prodotti, sperando di portare il foglio contabile in zona positiva, associato al colore nero. Gli americani si augurano che il Thanksgiving 2011, appena celebrato, sia l’ultimo di un periodo molto difficile per il Paese, caratterizzato dalla grande crisi economica in corso, sperando che il Thanksgiving Day del 2012 si possa celebrare con tanti buoni motivi per esprimere un vero e sentito “ringraziamento”.

Pubblicato  da “Il Denaro”il 25 novembre 2011

Sondaggi Usa: Obama scivola ancora più giù

President Barack Obama delivers a speech to a joint session of Congress at the Capitol in Washington, Thursday, Sept. 8, 2011. Watching are Vice President Joe Biden and House Speaker John Boehner. (AP Photo/Kevin Lamarque, POOL)

Anthony M. Quattrone

Il pessimismo degli americani nei confronti dello stato del Paese aumenta, annullando completamente qualsiasi senso di speranza che aveva accompagnato l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti nel novembre 2008.  Secondo un sondaggio commissionato dal Washington Post e dall’ABC News, condotto fra il 29 agosto e l’1 settembre, 77 percento degli americani sono convinti che il Paese non stia andando nella direzione giusta.  Due terzi degli americani che hanno votato per il Presidente nel 2008, oggi sono convinti che il Paese sia fuori strada.  Oltre sessanta percento degli intervistati disapprovano la politica economica di Obama e non sono convinti che stia facendo abbastanza o quanto sia necessario per creare più posti di lavoro.  Il numero degli americani che sono disoccupati è pari a 9,1 percento della forza lavoro da diversi mesi e non c’è alcuna indicazione che la situazione possa migliorare nel breve o medio termine.  E’ interessante notare che l’opinione negativa nei confronti della politica economica del Presidente è peggiorata di ben dieci punti negli ultimi due mesi e che la popolarità del Presidente è ormai scivolata a quarantatré percento.

Con la popolarità ai minimi livelli a solo quattordici mesi dalla data delle prossime elezioni presidenziali, quando saranno anche rinnovati completamente la Camera e un terzo del Senato, Obama deve inventarsi qualcosa per riguadagnare la fiducia degli elettori.  La boccata d’ossigeno offerta dall’uccisione di Osama bin Laden il 2 maggio ha permesso al Presidente di guadagnare consensi per la sua politica estera e per come conduce la lotta contro il terrorismo mondiale, ma, tipicamente, i risultati delle elezioni americane sono maggiormente correlati all’andamento dell’economia piuttosto che alla politica estera e alla sicurezza nazionale.  Gli americani misurano l’andamento dell’economia principalmente dai dati sull’occupazione, e, in questo momento, con la disoccupazione oltre il nove percento, Obama si trova sul banco degli imputati, indipendentemente dalle sue reali colpe.  E’ la brutale regola della politica americana.

Con la sua popolarità ai minimi storici e la disoccupazione che non scende, Obama ha deciso di presentare giovedì 8 settembre 2011 al Congresso in seduta congiunta l’American Jobs Act, una proposta legislativa che mira a far ripartire l’economia americana attraverso una serie di misure volte ad aumentare l’occupazione e a mettere più soldi a disposizione delle famiglie americane.  Con l’American Jobs Act, Obama propone di incrementare l’occupazione agendo su due leve: gli investimenti nelle infrastrutture con il diretto aumento degli occupati nel settore delle costruzioni, e la riduzione del costo del lavoro attraverso la riduzione delle tasse sul reddito da lavoro.  Con la riduzione del costo del lavoro, Obama spera, da un lato, di invogliare gli imprenditori ad aumentare l’occupazione, e dall’altro, a dare ai lavoratori più soldi in busta paga, con la speranza che spendano di più.  La proposta di Obama, che costerebbe circa 450 miliardi di dollari, fra esenzioni fiscali e investimenti federali, ha bisogno dell’approvazione del Congresso, dove i repubblicani controllano la Camera e i democratici il Senato.

Obama ha chiesto al Congresso di approvare subito la sua proposta, trovando una leggera apertura da parte del leader repubblicano e presidente della Camera, John Boehner, il quale ha commentato a freddo che il piano del presidente “merita considerazione”.  Obama, tuttavia, ha avvertito chi volesse procrastinare un qualsiasi intervento sino alle elezioni presidenziali del novembre 2012 che gli americani non sono disposti ad aspettare i tempi della politica, dichiarando che “qualcuno pensa che le differenze tra noi siano così grandi che solo le elezioni possono risolverle — ma sappiate che le elezioni sono tra quattordici mesi e gli americani non possono permettersi di aspettare quattordici mesi”.

Se l’American Jobs Act fosse approvato dal Congresso nella versione proposta dalla Casa Bianca, le misure dovrebbero partire dal prossimo anno con investimenti in infrastrutture e aiuti diretti agli Stati per circa 140 miliardi di dollari, un’estensione del taglio fiscale per i lavoratori dipendenti per un valore di circa 240 miliardi, e un’estensione dei sussidi di disoccupazione fino al 2012, per un valore di circa sessantadue miliardi. Secondo una stima dei consiglieri di Obama, una famiglia media dovrebbe trovarsi con una disponibilità di circa 1.500 dollari in più nel 2012.

Pubblicato da “Il Denaro” il 23 settembre 2011.

Il debito pubblico americano – una crisi voluta

Barack Obama incontra il 14 luglio 2011 alla Casa Bianca (da sinistra a destra) lo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, il leader della maggioranza democratica al Senato Harry Reid e il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell. Foto EPA.

Anthony M. Quattrone

Il presidente americano Barack Obama sta affrontando enormi difficoltà nel cercare di far raggiungere un compromesso fra democratici e repubblicani nel Congresso per ridurre il debito pubblico federale a lungo termine e, nel frattempo, di far alzare il tetto legale dello stesso debito entro il 4 agosto 2011, quando è previsto il suo sforamento e la potenziale inadempienza degli USA nei confronti dei creditori. Nel suo ultimo discorso radiofonico periodico che tiene ogni sabato, il Presidente ha parlato in termini apocalittici di quello che potrebbe succedere se gli USA dichiarassero la bancarotta fra tre settimane, affermando che per gli USA e per il mondo sarebbe “un Armageddon economico”.  Se repubblicani e democratici non trovassero l’accordo, il Presidente ordinerà di non pagare le pensioni sociali, di non pagare i dipendenti del governo federale, né i militari, pur di evitare la bancarotta e l’inadempienza nei confronti dei creditori internazionali.  Trentadue percento del debito pubblico americano è controllato da stranieri, fra cui le banche centrali della Cina, del Giappone, e dell’Inghilterra.

Obama non può, tuttavia, prendere decisioni unilaterali per alzare il debito.  Infatti, la sezione 8 del primo articolo della Costituzione Americana riconosce al Congresso l’autorità di emettere titoli di debito del governo federale.  Il Congresso ha emesso titoli a copertura di spese specifiche con atti individuali fino al 1917 quando ha deciso di semplificare le procedure creando un tetto statutario del debito.  Dal 1917 fino agli anni 60, il Congresso ha alzato il limite in diverse occasioni, e, negli anni cinquanta lo ha anche abbassato in due occasioni.  Dagli anni sessanta ad oggi, il Congresso lo ha alzato ben 60 volte, ponendo un nuovo tetto di 14,294 miliardi di dollari il 12 febbraio 2010.  Ad oggi, il governo federale avrebbe già superato la soglia, ma, attraverso una serie di procedure contabili, è riuscito nel posticipare alcuni pagamenti fra agenzie federali, ritardando di fatto il superamento del limite statutario.  Gli esperti pongono il debito federale americano registrato il 29 giugno 2011 a 14,46 mila miliardi di dollari, pari al 98,6% del prodotto interno lordo registrato per il 2010, che si è attestato a 14,66 mila miliardi di dollari.

Fino ad ora è stato difficile per il Congresso raggiungere una decisione sul debito pubblico perché i repubblicani che controllano la Camera non vogliono sentir parlare di innalzamento delle tasse per le classi più avvantaggiate, mentre i democratici che controllano il Senato non vogliono accettare tagli molto incisivi nei confronti dei programmi sociali.  La posta in gioco è alta per il presidente, i senatori e i deputati perché è già iniziata la campagna elettorale del 2012, quando ci saranno le presidenziali, il rinnovo totale della Camera e di un terzo del Senato.  I politici dei due schieramenti si attaccano sul debito pubblico a lungo termine da lasciare sulle spalle delle future generazioni, sulla spesa federale corrente, sul potenziale innalzamento delle tasse per i ceti più agiati, e sulla riduzione dei programmi sociali per gli anziani e per i ceti svantaggiati.

Obama vorrebbe apparire agli americani come il mediatore “centrista” fra democratici e repubblicani nel Congresso.  Con il discorso di sabato, e con le notizie battute da alcune agenzie che lo vedrebbero infuriato con i leader del Congresso, forse Obama è riuscito a spingere le parti verso il compromesso.  Durante i programmi televisivi della domenica mattina tradizionalmente dedicati alla politica, si sono alternati senatori e deputati democratici e repubblicani, manifestando l’intenzione di trovare un accordo. Il senatore democratico dell’Illinois, Richard J. Durbin appoggia la proposta di Obama di tagliare 4 mila miliardi di spesa federale nei prossimi dieci anni, mentre il senatore repubblicano dell’Oklahoma, Tom Coburn, propone una riduzione di quasi 9 mila miliardi nello stesso periodo.  Forse è più realistica la notizia riferita dal sempre ben informato “Politico” che vorrebbe il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, e il suo collega democratico Harry Reid al lavoro per raggiungere un compromesso basato su tagli alla spesa per 1,5 mila miliardi di dollari accoppiato alla decisione di innalzare il debito federale.  Il Congresso dovrà decidere entro la fine di questa settimana sul da farsi, perché dopo mancherebbero i tempi tecnici per evitare “un Armageddon economico”.

Pubblicato da “Il Denaro” il 21 luglio 2011.