Primarie USA: Obama vede il traguardo

Portorico alla Clinton. Compromesso su Michigan e Florida. Obama in dirittura d’arrivo.

Anthony M. Quattrone

Il fine settimana appena trascorso, l’ultimo della stagione delle primarie democratiche USA, è stato particolarmente intenso sul fronte delle manovre interne al partito, mettendo in secondo piano lo scontro elettorale che si è svolto domenica in Portorico, dove, come ampiamente previsto, la senatrice di New York, Hillary Clinton, ha battuto il senatore dell’Illinois, Barack Obama.

Sabato, 31 maggio, la direzione democratica ha riunito il “Rules and Bylaws Committee”, il comitato composto di 27 votanti, responsabile per le regole e le norme del partito, per valutare la richiesta fatta sia dalla campagna elettorale della Clinton, sia dai rappresentanti dei partiti democratici statali della Florida e del Michigan, di contare anche i voti popolari e i delegati espressi dai due stati nei risultati finali delle primarie democratiche. Leggi tutto l’articolo!

Repubblicani: Thompson si ritira!

I Democratici preoccupati per lo scontro virulento fra Clinton e Obama.

ANTHONY M. QUATTRONE

L’ex senatore del Tennessee, l’attore Fred Thompson, ha deciso di abbandonare la competizione per la nomina a candidato presidenziale del partito repubblicano dopo aver subito una serie di sconfitte nelle primarie che si sono tenute fino ad ora.  La decisione di Thompson arriva dopo il terzo posto che ha ottenuto nel Sud Carolina e prima della difficile competizione del 29 gennaio in Florida, dove, secondo la media dei sondaggi, non riesce a superare il 10 percento del voto.  Thompson aveva dichiarato che le consultazioni nel Sud Carolina sarebbero state decisive per la sua campagna elettorale.  Nel Sud Carolina, Thompson non è riuscito a superare il 16 percento dei consensi ottenendo solo il terzo posto dietro al senatore dell’Arizona, John McCain, che ha vinto con il 33 percento, e all’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, che ha ottenuto il secondo posto con il 30.  Thompson non ha ancora dichiarato se inviterà i suoi sostenitori ad appoggiare uno degli altri candidati rimasti in gara.

Gli ultimi due sondaggi condotti in Florida il 20 gennaio danno indicazioni contrastanti sulle preferenze di voto.  La Rasmussen prevede la vittoria dell’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney con il 25 percento, seguito da McCain con 20, l’ex sindaco di New York, Rudi Giuliani, con 19, e Huckabee con 16.  Il sondaggio condotto dalla SurveyUSA per alcune televisioni locali prevede la vittoria di McCain con il 25 percento, seguito da Giuliani con 20, Romney con 19, e Huckabee con 14.  Prendendo in considerazione il margine di errore per entrambi i sondaggi, le previsioni sono, a questo punto, incerte.  Forse qualche indicazione più sicura si potrà avere solo dopo un’eventuale dichiarazione di Thompson a favore di uno dei contendenti rimasti in gara.

I contendenti democratici sono tutti concentrati sulle votazioni di sabato, 26 gennaio, quando nel Sud Carolina saranno assegnati 45 delegati per la convention del partito che si terrà a fine agosto.  I sondaggi più recenti sono stati condotti prima dei caucus del 20 gennaio nel Nevada, dove la senatrice di New York, Hillary Clinton, ha battuto il senatore dell’Illinois, Barack Obama, e l’ex senatore del Nord Carolina, John Edwards, con il 51 percento, contro il 45 e il 5 percento, rispettivamente.  Nel Sud Carolina, i sondaggi indicano, in media, la vittoria di Obama con il 42,3 percento, contro il 32,3 per la senatrice Clinton, e il 14 per Edwards.  Tuttavia, dopo il fallimento dei sondaggi nel New Hampshire, che davano Obama vincente, tutti gli osservatori sono prudenti nell’interpretare queste previsioni.

Hillary Clinton e Barack Obama si sono scontrati duramente durante e dopo il dibattito televisivo che si è tenuto il 21 gennaio, organizzato dalla CNN e dal gruppo dei parlamentari neri del Congresso.  Per Patrick Healy e Jeff Zeleny del New York Times, lo scontro è stato fra i più duri e i più personali finora visti in questa campagna elettorale.  L’ex first lady e il senatore nero dell’Illinois si sono affrontati aspramente mettendo in dubbio la coerenza e l’onestà dell’avversario..

I momenti salienti del dibattito hanno testimoniato alcuni scambi che potrebbero diventare delle armi utili per i repubblicani contro il candidato che sarà scelto dai democratici.  Per esempio, la senatrice Clinton ha accusato Obama di essersi legato ad un “proprietario immobiliare di un quartiere malfamato”, riferendosi ad un imprenditore di Chicago, Antoin Rezko, che è stato accusato di attività fraudolenta da parte delle autorità federali lo scorso autunno.  Obama, che aveva lavorato in passato per uno studio legale che aveva assistito Rezko nelle sue attività immobiliari, ha restituito, lo scorso sabato, circa 40 mila dollari di contributi elettorali ricevuti da sostenitori legati a Rezko.

Barack Obama ha dichiarato nel corso del dibattito che alle volte ha la sensazione di gareggiare non solo contro Hillary, ma anche contro Bill Clinton, lamentandosi dei ripetuti attacchi che l’ex presidente gli ha riservato sin dopo la vittoria che il senatore nero ha ottenuto in Iowa il 3 gennaio.  Obama ha intimato a Hillary e Bill Clinton di smetterla di distorcere la verità quando parlano delle sue opinioni politiche e di come ha votato in Senato, riferendosi alla recente polemica con l’ex presidente, il quale aveva insinuato che Obama non era affatto stato sempre contro la guerra in Iraq.

Durante lo scontro televisivo del 21 gennaio, caratterizzato da continue interruzioni della Clinton e di Obama, John Edwards ha dovuto faticare non poco per potersi far sentire.  L’ex senatore del Nord Carolina ha cercato di mettere in risalto che i due maggiori contendenti sembravano più interessati ad attaccarsi a vicenda su questioni personali piuttosto che ad affrontare i veri problemi del paese.  Edwards ha cercato più volte di riportare il dibattito sui temi che interessano la gente del Sud Carolina, come la questione della copertura sanitaria universale.  Edwards, che è un nativo del Sud Carolina, vinse le primarie del suo stato natio nel 2004, dimostrando di interpretare bene le preoccupazioni e le aspettative degli elettori.  La competizione di sabato prossimo potrebbe risultare decisiva per la continuazione della partecipazione di Edwards nelle primarie democratiche.

Gli strateghi del partito democratico sono, allo stesso tempo, entusiasti dell’interesse che gli americani stanno dimostrando attorno alle primarie democratiche, ma anche molto preoccupati per i toni troppo accessi e personali che si stanno sviluppando negli scontri fra i candidati.  La demarcazione fra il campo della Clinton e quello di Obama potrebbe diventare un muro invalicabile che potrebbe creare notevoli difficoltà al partito, quando sarà necessario unire tutti i democratici attorno al candidato prescelto per lo scontro con i repubblicani il prossimo novembre.  Il senatore del Massachusetts e “patriarca” del partito, Ted Kennedy, ha ammonito proprio l’ex presidente Bill Clinton di fare attenzione a non fare opera di divisione fra i democratici, perchè le conseguenze potrebbero essere devastanti nello scontro con i repubblicani il prossimo novembre.

Pubblicato su Agenzia Radicale il 23 gennaio 2008.

Romney e Clinton vincono in Nevada. McCain vince in Sud Carolina.

Ancora record di partecipazione fra gli elettori democratici.

ANTHONY M. QUATTRONE

L’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, ha vinto in Nevada portando a tre le vittorie nelle primarie per designare il candidato del partito repubblicano alle presidenziali USA del 2008.  Dopo il successo in sordina nel Wyoming il 5 gennaio, e la vittoria in Michigan il 15 gennaio, Romney ha vinto anche in Nevada.  Romney ha ottenuto oltre il 51 percento dei consensi fra gli elettori repubblicani, battendo il deputato texano Ron Paul e il senatore dell’Arizona John McCain, entrambi al 13 percento, l’ex senatore del Tennessee, Fred Thompson e l’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, entrambi all’8 percento, seguiti dall’ex sindaco di New York, Rudi Giuliani, con il 4 percento.

Romney, un mormone nato a Detroit, in Michigan, ha potuto contare sul forte appoggio della comunità mormone in Nevada, pari a circa l’8 percento della popolazione residente.  Secondo David Espo dell’Associated Press, metà dei voti che Romney ha ottenuto in Nevada provengono dal voto dei mormoni.  La vittoria dell’ex governatore del Massachusetts potrebbe non essere rilevante dal punto di vista dell’assegnazione dei delegati perchè le regole del partito repubblicano in Nevada non prevedono da parte dei delegati l’impegno formale a favore dei candidati vincenti, quando, ai primi di settembre, si terrà la convenzione del partito repubblicano per la scelta del candidato presidente.  I candidati repubblicani hanno, infatti, dimostrato più interesse per conquistare i 24 delegati in palio nel Sud Carolina, piuttosto che i 31 del Nevada, perchè, mentre questi ultimi non hanno l’obbligo di votare per il candidati vincenti nel Nevada, i delegati del Sud Carolina saranno “impegnati” formalmente a votare per i vincitori.

In concomitanza con i caucus nel Nevada, si sono svolte anche le primarie repubblicane nel Sud Carolina (le primarie democratiche si terranno il 26 gennaio).  John McCain ha vinto con il 33 percento, contro Huckabee con 30, Thompson con 16, Romney con 15, Paul con 3,7 e Giuliani con il 2.

Secondo il New York Times, il vero sconfitto nelle primarie del Sud Carolina è l’ex pastore battista Mike Huckabee, perchè è riuscito a conquistare solo 4 su 10 dei votanti che si definiscono “cristiani evangelici” che nel Sud Carolina compongono ben 60 percento degli elettori repubblicani.  McCain è riuscito a conquistare un quarto del voto cristiano evangelico.

Tornado al Nevada, fra i democratici la senatrice di New York, Hillary Clinton ha vinto con il 51 percento del voto popolare, seguito dal senatore dell’Illinois, Barack Obama, con il 45 percento.  L’ex senatore del Nord Carolina, John Edwards ha ottenuto solo il 4 percento.  Tuttavia, in base al meccanismo elettorale per lo svolgimento dei caucus democratici in Nevada, Obama ha ottenuto 13 dei 25 delegati in palio, mentre la senatrice Clinton solo 12.  La vittoria della Clinton in termini di voto popolare in Nevada conferma la traiettoria positiva della ex first lady, la quale, dopo la sconfitta del 3 gennaio in Iowa, ha saputo rimettere a fuoco la sua campagna elettorale dimostrando di poter continuare ad ottenere un forte appoggio delle donne.  I risultati del Nevada confermano anche la popolarità della senatrice fra gli elettori ispanici.  Il voto delle donne e degli ispanici sono stati fondamentali in Nevada, e sicuramente continueranno ad esserlo nei prossimi appuntamenti elettorali.

La notizia più importante per il partito democratico è l’alto numero di elettori democratici che ha votato nelle primarie del Nevada.  Oltre 107 mila democratici hanno preso parte ai caucus, facendo registrare, per il terzo stato consecutivo, un nuovo record di partecipazione.  Secondo i leader del partito, l’alta affluenza alle urne democratiche è, in pratica, un referendum sull’operato del governo Bush ed è una chiara richiesta per un cambio di rotta a Washington.

Ora l’attenzione si sposta verso le primarie democratiche in Sud Carolina di sabato prossimo, e le primarie della Florida che si terranno il 29 gennaio.

In Sud Carolina, i sondaggi condotti prima delle elezioni in Nevada indicano, in media, una vittoria per la senatrice di New York con il 37,8 percento, contro il 33,8 per Obama e 18 per Edwards.  In Florida, i sondaggi, condotti anch’essi prima della consultazione elettorale in Nevada, indicano, in media, 19 punti di vantaggio della Clinton su Obama, con 48,8 per la senatrice, contro il 28,8 per il senatore dell’Illinois, e l’11,7 percento per Edwards.

Fra i repubblicani, i sondaggi indicano una vittoria di McCain con il 23,2 percento, su Giuliani con 20,3, Romney con 18, Huckabee con 17,3, e Thompson con 8,5.  Il vincitore in Florida per i repubblicani vince tutti i 57 delegati in palio.  I risultati dei sondaggi si riferiscono a dati fermi al 16 gennaio, prima della vittoria di Romney nel Nevada e di McCain nel Sud Carolina.  Pertanto, con quattro candidati in soli 6 punti percentuali, la gara in casa repubblicana è da considerarsi completamente aperta.  Il risultato in Florida darà una chiara indicazione anche sulla salute della campagna elettorale di Rudi Giuliani, il quale punta tutto sulla conquista di grandi stati come la Florida.

Pubblicato su Agenzia Radicale il 20 gennaio 2008.

“Bradley Effect”: allarme pregiudizio razziale per Obama

ANTHONY M. QUATTRONE

Gli analisti americani sono ancora al lavoro per comprendere perchè tutti i sondaggi di previsione per le elezioni democratiche nel New Hampshire hanno fallito.  Uno dei massimi esperti americani nel campo del sondaggistica, il direttore della Pew Research Center, Andrew Kohut, ha pubblicato alcune considerazioni in un articolo apparso sul New York Times del 10 gennaio.  Kohut fa osservare che, nel caso dei sondaggi nel New Hampshire, la discrepanza fra previsioni e risultati è avvenuto solo per quanto riguarda i democratici, ma nel caso dei repubblicani, i sondaggi hanno fatto un eccellente lavoro.

Fra i democratici, i sondaggi prevedevano, in media, la vittoria di Barack Obama con circa 8 punti di vantaggio su Hillary Clinton.  Fra i repubblicani, i sondaggi prevedevano la vittoria di John McCain, in media, con 5,3 punti su Mitt Romney, mentre i dati finali hanno premiato McCain con un vantaggio di 5,5.  Kohut nota che le diverse organizzazioni di rilevamento hanno utilizzato diverse metodologie, dal rilevamento personale a quello telefonico, ma tutte hanno sbagliato nel caso dei risultati per i democratici.  La metodologia scelta da ciascuna organizzazione, dalle più famose come la Gallup, alle meno note che agiscono sono localmente, è stata utilizzata in ugual modo per ricavare le tendenze di voto fra gli elettori democratici e fra i repubblicani.  Perciò, dal punto di vista di Kohut, probabilmente il fallimento non è da imputare ad un errore di campionatura o di metodologia statistica, ma a qualcosa che concerne la specifica gara fra Barack Obama e Hillary Clinton.

Kohut prende in considerazione la notizia che 17 percento degli elettori democratici intervistati durante le exit poll hanno dichiarato di aver deciso all’ultimo momento per chi votare.  L’esperto fa notare, tuttavia, che il dato non è abbastanza significativo da giustificare la discrepanza fra i sondaggi ed il risultato finale, perchè il 39 percento degli indecisi ha votato per Clinton, mentre il 36 per Obama.  L’esperto non crede nemmeno che l’alto numero di votanti può essere la causa dell’errore dei sondaggi.  Infatti, il profilo degli elettori che hanno partecipato alle primarie democratiche, composto da un 54 percento che si dichiara democratico e da un 44 percento che si dichiara indipendente, non è cambiato rispetto alle elezioni del 2000, le ultime elezioni senza un candidato presidente in carica.

Pertanto, per Kohut,il motivo per comprendere il fallimento dei sondaggi va probabilmente cercato in qualche altro dato significativo, e raccomanda di non ignorare una tendenza già notata nei sondaggi precedenti quando un candidato nero è in gara, specialmente per quanto riguarda il rilevamento per le preferenze fra gli elettori bianchi a basso reddito e poco istruiti.  Le persone con un reddito basso, secondo l’esperto, sono gli stessi che, in generale, non rispondono ai sondaggi, e che sono meno inclini ad appoggiare un candidato nero.

Kohut trova interessante la divisione socio-economica fra coloro che hanno votato per Clinton e Obama.  Clinton batte Obama per 47 a 35 fra i votanti che provengono da famiglie con entrate al di sotto dei 50 mila dollari annuali.  Obama batte Clinton 40 a 35 fra coloro che guadagnano più di 50 mila dollari.  Clinton batte Obama fra coloro che non hanno mai frequentato l’università, per 43 a 35, mentre Obama vince fra gli universitari e i laureati per 39 a 34 percento.  In breve, i bianchi dei ceti sociali a basso reddito non solo tendenzialmente non rispondono ai sondaggi, ma sono anche quelli che hanno opinioni meno favorevoli nei confronti dei neri.  Il mondo dei sondaggi ha difficoltà ad incorporare questo dato nella composizione dei campioni.  Per Kohut, “le difficoltà persistono nell’intervistare le persone a basso reddito, i più poveri, e quelli con bassi livelli di istruzione”.  In Iowa, secondo Kohut, questo problema non si è manifestato “forse perchè Obama non era ancora percepito come una minaccia per i votanti bianchi dell’Iowa perché non era ancora il candidato in vantaggio”.

Frank James del Chicago Tribune ricorda in un articolo del 10 gennaio, che il fallimento dei sondaggi fra i democratici nel New Hampshire potrebbero essere in linea con quello che nel mondo dei sondaggi americani è chiamato “the Bradley Effect” (l’effetto Bradley).  Tom Bradley, un popolare sindaco nero di Los Angeles, perse nel 1982 contro un candidato bianco per le elezioni a governatore della California, dopo che le proiezioni dei sondaggi gli avevano costantemente previsto la vittoria.  L’effetto Bradley si riferisce alla situazione in cui un significativo numero di elettori bianchi dichiarano, durante i sondaggi, che sono sinceramente indecisi o che voteranno per un candidato non bianco, ma che poi, quando vanno effettivamente a votare, danno il voto in larga parte al candidato bianco.  Per James, le future primarie daranno la possibilità di capire se esiste un Bradley Effect nel caso di Obama e se Clinton e John Edwards continueranno a dividersi il voto dei bianchi più poveri e meno istruiti.  Se i democratici arrivassero alla conclusione che esiste un fattore razza, tale da indurre una larga fetta di elettori democratici bianchi a votare per il candidato repubblicano, o a non presentarsi alle urne a novembre, la candidatura di Obama potrebbe essere a rischio.

Pubblicato su Agenzia Radicale l’11 gennaio 2008.