Gli indiani d’America al centro dell’attenzione del Governo Biden

Joe Biden e Kamala Harris hanno coinvolto i vertici dei nativi americani durante la campagna elettorale. È interessante notare infatti che, nell’affrontare temi legati alle istituzioni locali, quindi che richiedevano un coinvolgimento dei governatori dei 50 Stati americani, entrambi hanno sempre incluso tra questi i leader delle tribù e delle nazioni indiane.  Si appellavano a loro mettendoli alla pari dei governatori. I nativi americani sono oltre cinque milioni, di cui 78% vive fuori dalle riserve.

Le 574 tribù indiane, riconosciute ufficialmente dal governo federale americano, avranno, quindi, in Joe Biden e Kamala Harris dei riferimenti istituzionali attenti ai loro bisogni e rispettosi della loro storia, identità e tradizioni.  Più di 374 trattati, stipulati ad oggi, in oltre duecento anni, definiscono il livello di sovranità garantito alle diverse tribù e nazioni native, regolamentano la gestione dei territori, e declinano i diritti dei nativi all’interno della più vasta Nazione americana.  Purtroppo, molto spesso i trattati non sono stati rispettati completamente dal Governo Americano.

Biden e Harris hanno promesso durante la campagna elettorale di far tornare la questione indiana al centro dell’attenzione del nuovo governo. La nomina a Ministro degli Interni della deputata nativa americana, Deb Haaland, è un chiaro segnale della loro determinazione.

Inoltre, qualora confermata dal Senato, questa nomina rappresenterà la prima opportunità per un esponente di una tribù o nazione nativa di partecipare attivamente nel governo degli USA, e per di più alla direzione di un Ministero.

L’Interior Department, si occupa della gestione dei parchi nazionali, delle riserve, delle risorse naturali e di tutto il patrimonio forestale, nonché dei programmi per le minoranze etniche. Il Ministro degli Interni in America, contrariamente a quanto avviene in quasi tutti gli altri Stati del Mondo, non gestisce la sicurezza pubblica e non ha alle sue dipendenze le forze dell’ordine.  Negli USA, queste responsabilità sono assegnate al Department of Homeland Security (dipartimento della sicurezza della nazione).

Deb Haaland è stata eletta deputato in una circoscrizione del New Mexico e appartiene ad una antica tribù nativa, riconosciuta dal governo federale con il nome “Pueblo of Laguna”.  La sua nomina a Ministro del governo federale, tuttavia, espone a dei possibili rischi la maggioranza alla Camera, confermata dai democratici nelle votazioni dello scorso novembre.  Vediamo perché: i democratici hanno 222 deputati, quindi, solo 4 oltre quota 218, che rappresenta il numero necessario per controllare la Camera.  Poiché Biden ha prelevato dalla Camera anche i deputati Cedric Richmond della Louisiana e Marcia Fudge dell’Ohio oltre alla nativa americana Deb Haaland e poiché la legge Americana non prevede la loro sostituzione immediata, i democratici alla Camera saranno ridotti a 219, cioè solo uno in più rispetto alla quota che serve per avere la maggioranza. 

L’attuale presidente della Camera, la democratica Nancy Pelosi, è sicura che i democratici riusciranno a sostituire i tre deputati in occasione delle elezioni suppletive, le cui date non sono ancora state stabilite. Tuttavia, è preoccupata per quanto potrebbe accadere fra il 20 gennaio 2021, data in cui i tre deputati diventeranno ufficialmente parte del governo Biden, e quando si svolgeranno le elezioni suppletive.

Biden e Harris hanno promesso ai nativi americani di rafforzare il rapporto diretto fra il Governo Federale e le Nazioni indiane, con un approccio “Nation-to-Nation”.  Si propongono di ridurre la disparità di trattamento che affligge i nativi rispetto agli altri cittadini soprattutto in materia di assistenza sanitaria. Si prefiggono di restituire ai nativi la competenza sui territori da loro occupati, con particolare attenzione al cambiamento climatico e alla salvaguardia dei beni naturali e culturali delle diverse tribù e nazioni.  Intendono attuare tutte le iniziative necessarie per aumentare la sicurezza delle comunità native, specialmente la tutela delle donne, dei bambini e degli anziani.  Specifiche iniziative saranno adottate per aumentare lo sviluppo economico nelle comunità native e assicureranno maggiore tutela al loro diritto al voto. I veterani nativi saranno commemorati per i servizi resi nelle forze armate USA.

Sicuramente la nomina di Deb Haaland al Ministero degli Interni rappresenterà una decisa inversione di tendenza rispetto alle politiche attuate dal governo di Donald Trump nella gestione dell’ambiente e del patrimonio naturale americano. I nativi d’America sono stati protagonisti di numerose proteste e durissimi confronti nei territori indiani contro il passaggio di oleodotti irrispettosi dell’ambiente, contro lo sfruttamento indiscriminato e irragionevole delle risorse idriche e contro il fracking.

La maggioranza dei nativi americani ha sostenuto e votato Joe Biden e Kamala Harris, ora si aspettano una risposta leale, in controtendenza rispetto alla slealtà ricevuta negli ultimi due secoli. Si aspettano provvedimenti per la salvaguardia dei loro diritti che siano sostanziali e duraturi. 

Pubblicato da “Il Denaro” il 20 dicembre 2020

Riforma sanitaria Usa: i repubblicani provano ad abrogarla

Anthony M. Quattrone

Il 7 gennaio 2010, la nuova Camera dei Rappresentanti USA, ora a maggioranza repubblicana ha messo all’ordine del giorno per il prossimo 12 gennaio il voto per abrogare la storica riforma sanitaria fortemente voluta dal presidente Barack Obama.  Il partito repubblicano aveva promesso che se avesse raggiunto la maggioranza al Congresso avrebbe immediatamente cancellato la riforma  “socialista” che Obama avrebbe imposto, secondo la destra conservatrice, agli americani.  Il nuovo presidente della Camera, il repubblicano John Boehner, deputato dal 1991 dell’ottavo distretto dell’Ohio, ha potuto contare 236 voti contro 181 per mettere all’ordine del giorno l’abrogazione della riforma.

I democratici accusano i repubblicani di fare gli interessi delle grandi compagnie assicurative, specialmente per quanto riguarda il divieto, previsto dall’attuale legge, di negare la copertura assicurativa a chi abbia patologie preesistenti.  I repubblicani controbattono che non sono contrari ad una riforma sanitaria condivisa, ma che non accettano quella “imposta” da Obama lo scorso marzo, quando alla Camera la legge passò con soli 5 voti di scarto, con 219 democratici che votarono a favore della riforma e una minoranza composta da 178 repubblicani e da 34 democratici di destra che votarono contro.

La revoca della riforma sanitaria, tuttavia, potrebbe non avere alcun successo se i democratici, che hanno la maggioranza al Senato, riescono a rimanere uniti.  Uno dei maggiori problemi del  partito di Obama rimane l’ingovernabile eterogeneità della sua composizione ideologica, con la forzata convivenza di liberal di sinistra del New England con conservatori dell’ultra destra sudista.  Attualmente, la maggioranza  democratica può contare sulla somma di 51 senatori democratici più due indipendenti, contro la minoranza fatta  da 47 repubblicani.   Al Senato, alcuni senatori democratici, come Ben Nelson del Nebraska, e l’indipendente Joe Lieberman, sono facilmente attratti dalle posizioni esposte dalla destra repubblicana, e Obama sarà costretto a fare un duro lavoro di compromesso se vorrà avere abbastanza forza per negoziare con i repubblicani l’attuazione, anche parziale, del suo programma di governo durante i prossimi due anni.  Tuttavia, il problema non è nuovo per Obama, perché prima delle elezioni dello scorso novembre, quando i democratici hanno perso la maggioranza alla Camera e hanno perso diversi seggi al Senato, il partito democratico era talmente diviso che spesso la destra democratica votava con i repubblicani apertamente contro le posizioni del presidente. Leggi tutto l’articolo

Arizona: Grana immigrazione per i repubblicani

La nuova legge in materia varata dallo Stato dell’Arizona fa perdere ai repubblicani i consensi degli ispanici

In this Monday, April 10, 2006 picture, immigration rights supporters hold a rally in downtown Los Angeles. (AP Photo/Kevork Djansezian)

Anthony M. Quattrone

Il tema immigrazione è scoppiato fra le mani dei leader repubblicani americani nel momento meno opportuno, a sei mesi dalle elezioni di mid-term del prossimo novembre, quando saranno rinnovate un terzo dei seggi del Senato, l’intera Camera dei Deputati, e andranno in gara 36 cariche di governatore dei 50 Stati dell’unione. Le proteste in America stanno montando contro una legge sull’immigrazione clandestina approvata il 23 aprile 2010 dal governatore dell’Arizona, la repubblicana Jan Brewer. Diversi consigli comunali in varie parti degli Stati Uniti, molte organizzazioni culturali e sportive, e rappresentanti delle associazioni che tutelano i diritti delle minoranze chiedono il formale boicottaggio dello Stato dell’Arizona, fino a quando rimarrà in vigore la nuova legge. Le organizzazioni che rappresentano la comunità ispano-americana sono fra le più attive nel protestare contro la nuova legge, creando notevoli difficoltà per i dirigenti politici repubblicani, compagni di partito della governatrice Brewer e della maggioranza che controlla il ramo legislativo dello Stato dell’Arizona..

Secondo il New York Times, la legge approvata dallo Stato dell’Arizona “trasforma in sospetti criminali tutti gli abitanti di origine ispanica dell’Arizona, anche se sono immigrati con regolare permesso di soggiorno, o cittadini americani”. Secondo la versione finale della legge, sarà possibile per la polizia chiedere alle persone fermate perchè sospettate di aver violato una legge, i documenti relativi all’immigrazione. Secondo alcuni osservatori, diventerebbe buona prassi per un cittadino americano che viaggia in Arizona, di avere con se il passaporto perché, da come è stata emanata la legge, l’onere della prova di cittadinanza o di presenza legale nello Stato è totalmente a carico del fermato, e in mancanza di documenti, si va in prigione. Mentre da un punto di vista formale, la legge approvata in Arizona potrebbe anche reggere nelle corti federali contro eventuali eccezioni legali, la protesta delle organizzazioni ispaniche verte sulla questione del “racial profiling”, ovvero del “puntamento” razziale nei confronti delle persone che hanno un aspetto ispanico, nelle zone a ridosso del confine con il Messico. In breve, la preoccupazione degli oppositori della nuova legge dell’Arizona è che sarebbe troppo facile per la polizia trovare mille scuse per fermare delle persone “sospette”, finendo per puntare illegalmente gli ispanici. Secondo alcune stime ufficiali, tre quarti dei quasi 12 milioni di immigrati clandestini in America sono ispanici. Il racial profiling è già stato considerato una violazione dei diritti costituzionali di coloro che ne sono vittime, e le corti hanno condannato, in diverse occasioni, i dipartimenti di polizia e le agenzie governative che lo praticavano. Leggi tutto l’articolo

La riforma sanitaria è fatta. Obama ringrazia Nancy Pelosi.

Anthony M. Quattrone

House Speaker Nancy Pelosi of Calif. acknowledges applause from House members after signing the Senate Health Reform Bill, Monday, March 22, 2010, on Capitol Hill in Washington. From left are, House Majority Leader Steny Hoyer of Md., Rep. George Miller, D-Calif., Rep. Louise Slaughter, D-N.Y., Rep. Chris Van Hollen, D-Md., Rep. Henry Waxman, D-Calif., Pelosi, Rep. John Dingell, D-Mich., Rep. Sander Levin, D-Mich.,, and Rep. John Larson, D-Conn. (AP Photo/Manuel Balce Ceneta) (Manuel Balce Ceneta, AP / March 22, 2010)

E’ indubbiamente vero che Barack Obama è il primo presidente americano che è riuscito a portare a compimento una riforma del sistema sanitario di ampio respiro.  E’ riuscito dove Bill Clinton non è riuscito.  Ed è stato capace di non mollare, dinnanzi a tutti gli ostacoli che si sono interposti fra lo stato delle cose e la sua visione di emancipare 32 milioni di americani, non coperti da alcuna assicurazione sanitaria.

Obama ha vinto, di nuovo, e ora lo slogan è ancora una volta passato da “yes, we can” a “yes, we did it”, così come accadde nel novembre 2008, quando ha vinto le elezioni presidenziali.

Obama ha incontrato degli ostacoli veramente enormi nel condurre la lotta per la riforma.  Primo fra tutti, era il calo di attenzione nei confronti del tema della riforma sanitaria, quando l’attenzione del Paese era ed è quasi totalmente focalizzata sulla crisi economica e la perdita dei posti di lavoro.  Ottenere il consenso degli americani per riformare il sistema sanitario quando il problema primario è la disoccupazione, la perdita della casa, l’incertezza del futuro, e la dissoluzione del sogno americano è stata, e forse è ancora, una missione impossibile.  I sondaggi non sostengono il presidente nel suo impegno per la riforma, anche ora che ha vinto, perché le preoccupazioni dell’americano medio sono concentrate altrove.  Obama, tuttavia, promettendo di essere un leader che avrebbe rifiutato di governare in base ai sondaggi, sapeva che era necessario intaccare i meccanismi perversi del sistema sanitario, responsabile di una grossa fetta della spesa globale degli americani, per assicurare ai cittadini un sacrosanto diritto, innegabile in qualsiasi paese occidentale nel ventunesimo secolo, quello di potersi curare senza dover necessariamente indebitarsi a vita.  Obama sapeva che la maggioranza di cui gode oggi nel Congresso sarebbe potuta svanire già nelle prossime elezioni di novembre, e non sarebbe stato più possibile riformare in modo drastico il sistema sanitario.  Ora o mai più.

Gli ostacoli sulla strada di Obama includevano anche una forte opposizione interna al suo partito, dove differenze etniche, regionali, politiche, e ideologiche facevano a turno nell’impedire ai massimi leader democratici di tessere una piattaforma unitaria.  L’anima liberal si scontrava in modo brutale con gli anti abortisti, mentre l’opposizione repubblicana poteva rimanere tranquillamente alla finestra, osservando una guerra fratricida. Leggi tutto l’articolo