Usa, la campagna elettorale è già cominciata

President Barack Obama gestures during a town hall meeting at Green Valley High School in Henderson, Nev, Friday, Feb. 19, 2010. (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)

Anthony M. Quattrone

Un anno fa il Congresso americano, a maggioranza democratica, approvava il piano di stimoli per l’economia americana chiesto dal presidente Barack Obama. Ad un anno di distanza, non è ancora certo quanto abbia inciso il piano nell’impedire che la recessione economica sprofondasse in una depressione pari solo alla catastrofe seguita dal crack del 1929. Il presidente Obama sostiene che l’intervento dello scorso anno abbia salvato l’economia americana, rimettendola sul binario che conduce verso risoluzione della crisi. I repubblicani sono del parere opposto, indicando che il denaro pubblico è stato sperperato in progetti inutili, aumentando notevolmente il debito a carico dei contribuenti di oggi e delle future generazioni. Il 17 febbraio 2009, Obama approvò la “American Recovery and Reinvestment Act”, per un valore di 787 miliardi di dollari, dando il via ad un massiccio intervento da parte del governo federale nell’economia americana. Il valore complessivo dell’intervento ha raggiunto quota 862 miliardi con le misure aggiuntive approvate in seguito. Ad oggi, tuttavia, solo un terzo della cifra approvata è stata effettivamente spesa.

L’anno scorso, Obama avrebbe voluto che il Congresso approvasse una serie di misure condivise dai due schieramenti politici. La principale differenza fra repubblicani e democratici verteva sull’incidenza della tassazione nello stimolo dell’economia. Per i repubblicani, era preferibile ridurre in modo sostanziale le tasse per stimolare l’economia, piuttosto che aumentare la spesa pubblica; mentre per i democratici la riduzione delle tasse poteva essere solo una delle varie parti del pacchetto di misure. Alla fine, la maggioranza democratica ha approvato, senza ottenere il sostegno di nessun deputato e senatore repubblicano, una serie di misure che comprendevano finanziamenti agli Stati dell’Unione, investimenti nei settori dell’energia, dell’educazione scolastica, e delle infrastrutture, speciali interventi a sostegno degli ammortizzatori sociali, oltre alla riduzione delle tasse per 288 miliardi di dollari sia per i cittadini, sia per le imprese. Anche se la riduzione delle tasse è pari al 36 per cento dell’intero pacchetto di misure, i democratici non sono riusciti ad ottenere il sostegno dei repubblicani. Nel recente discorso sullo Stato dell’Unione, Obama ha voluto ricordare ai repubblicani che lui ha ridotto le tasse attraverso il pacchetto di misure approvate lo scorso febbraio, venendo incontro alle richieste dei conservatori, ma, per motivi puramente politici, nessun repubblicano ha mai riconosciuto quest’aspetto dell’intervento presidenziale. Leggi tutto l’articolo

Le sfide di Obama: riforme e ripresa senza creare illusioni

Anthony M. Quattrone

President Barack Obama arrives at a town hall meeting on health care in a Kroger supermarket in Bristol, Va., Wednesday, July 29, 2009.  (AP Photo/Steve Helber)
President Barack Obama arrives at a town hall meeting on health care in a Kroger supermarket in Bristol, Va., Wednesday, July 29, 2009. (AP Photo/Steve Helber)

Il presidente americano, Barack Obama, come altri leader delle nazioni maggiormente sviluppate, è alla caccia di qualsiasi segnale che possa indicare che l’economia del proprio paese sta uscendo dalla recessione e creare, in tal modo, un’atmosfera, anche psicologica, per favorire la ripresa economica.

Un buon leader stabilisce gli obiettivi da raggiungere, indica una politica da seguire e cerca di creare le condizioni per portare avanti la propria politica. I libri sulla leadership propongono alcuni concetti base, come la necessità che il leader crei una visione credibile esercitando, allo stesso momento, il ruolo di agente catalitico di tutti gli eventi che possono portare alla materializzazione della visione. La grandezza di un leader, tuttavia, si misura anche dalla capacità che questi ha nel trovare un giusto equilibrio fra la visione prospettata e quanto la popolazione vive nella realtà quotidiana.

È difficile, per Obama, parlare in modo credibile di ripresa se milioni di americani hanno perso il lavoro e la casa e non hanno più l’assicurazione sanitaria collegata al lavoro. È ancora più difficile avere una prospettiva basata sulla fiducia, quando sono pochissimi i segnali che indicano una reale inversione di tendenza dell’economia americana. È anche pericoloso, politicamente, parlare di ripresa se i segnali che arrivano dall’economia non sono comprensibili per la maggioranza degli elettori. Inoltre, alcuni indicatori economici, già difficili da comprendere per il cittadino comune, con proiezioni delle tendenze a medio termine, non sono sempre interpretati nello stesso modo dagli esperti, specialmente se questi sono consulenti di una parte politica. Leggi tutto l’articolo

L’America dichiara guerra agli eccessi

Il nuovo corso di Obama alla Casa Bianca

 

President Barack Obama speaks during a news conference, Tuesday, March 24, 2009, in the East Room of the White House in Washington. (AP Photo/Ron Edmonds)
President Barack Obama speaks during a news conference, Tuesday, March 24, 2009, in the East Room of the White House in Washington. (AP Photo/Ron Edmonds)

 

Anthony M. Quattrone

L’attuale crisi economica sta portando alla superficie alcune contraddizioni interne alla società americana, legate direttamente alla cultura dell’eccesso, che potrebbero portare ad una crisi culturale e strutturale di portata storica, se non sono risolte in modo soddisfacente. Lo scandalo degli eccessi legati agli stipendi milionari di quei manager, che, apparentemente, hanno portato allo sfascio le maggiori imprese finanziarie americane, è costantemente all’attenzione dell’opinione pubblica americana.

Sarà interessante vedere come la leadership americana, intesa in senso lato, riuscirà a trovare un nuovo equilibrio fra diritti civili e solidarietà, da un lato, e iniziativa privata e merito dall’altro.

La cultura dominante in America, quella del cosiddetto “mainstream”, è anche il risultato della mediazione costante fra questi quattro concetti. La mediazione culturale realizza sia nella politica, sia nella vita di tutti i giorni, un equilibrio fra la necessità di garantire i diritti civili e la solidarietà, alla base della stessa cultura democratica americana, d’ispirazione giudaico-cristiana, e la promozione dell’iniziativa privata e del merito, caratteristiche specifiche del pensiero cristiano-protestante, e considerate centrali per l’avanzamento della società americana. E’ durante un periodo di crisi economica particolarmente grave, come quella in atto, che l’equilibrio fra diritti civili e solidarietà da un lato, e iniziativa privata e merito dall’altro, è messo duramente alla prova, mettendo in crisi lo stesso modello di vita americano.

La differenziazione politica fra democratici e repubblicani, fra liberal e conservatori, non sempre segue traiettorie facilmente rintracciabili nei quattro concetti, e, spesso, le differenze sono sfumature piuttosto che vere contrapposizioni. E’ difficile trovare in America un movimento di dimensione nazionale che non ha al suo interno chi abbraccia posizioni che sembrerebbero contraddittorie dal punto di vista della contrapposizione, per esempio, fra gli interessi legati alla solidarietà e quelli legati al merito. E’ facile trovare nella destra americana chi spinge per un liberismo puro, mentre propone misure private per aiutare chi è in difficoltà. E a sinistra c’è chi legifera la solidarietà con fondi pubblici, con decreti a protezione delle entrate economiche per i più deboli, mentre favorisce politiche economiche legate al liberismo più sfrenato. La mancanza di partiti ideologici in America porta all’affievolirsi delle differenze fondamentali fra i partiti per quanto riguarda i concetti generali su cui si fonda il paese, mentre, di volta in volta, è probabile che, durante particolari momenti storici, gli accenti su un tema concernente i diritti civili, la solidarietà, l’impresa privata, o il merito possono prendere il sopravvento nel paese, creando nuovi equilibri.

L’iniziativa privata e il concetto del merito hanno ripreso vigore in America negli anni ottanta con la presidenza repubblicana di Ronald Reagan, alle volte mettendo in dubbio anche alcuni diritti sociali e di solidarietà acquisiti nei cinquanta anni precedenti. Neanche Bill Clinton, l’unico democratico eletto dopo la presidenza Reagan, è riuscito a riportare l’accento del paese sui diritti e la solidarietà, anche perchè il generale benessere creato dalla favorevole congiuntura economica durante la sua presidenza, creava meno richieste di solidarietà. Con l’avvento del repubblicano George W. Bush alla presidenza nel 2001, l’impresa privata ha potuto godere di una presenza benevola alla Casa Bianca, sia per le politiche fiscali favorevoli all’impresa e ai grandi investitori, sia per le aperture nei confronti dell’impresa privata, anche in quei settori che prima erano di specifica competenza dello Stato, come nel caso della privatizzazione di alcune attività delle forze armate. Leggi tutto l’articolo

Obama contro le lobby

Anthony M. Quattrone

U.S. President Barack Obama steps off Marine One as he lands on the South Lawn at the White House in Washington March 6, 2009. Reuters/Jim Young (United States)
U.S. President Barack Obama steps off Marine One as he lands on the South Lawn at the White House in Washington March 6, 2009. Reuters/Jim Young (United States)

Negl’ultimi venti anni, il concetto di outsourcing è diventato il paradigma vincente nei modelli organizzativi di moltissime ditte, le quali preferiscono affidare ad imprese in appalto tutte quelle funzioni che non fanno parte del cuore dell’organizzazione.

L’outsourcing è iniziato con semplici appalti di alcune funzioni sussidiarie all’impresa, come le pulizie, il facchinaggio, e gli altri servizi a basso livello di specializzazione, per poi occupare spazi sempre più vicini alle attività fondamentali dell’organizzazione, come la stessa contabilità, i servizi della segreteria, ed interi settori della produzione.  Con la globalizzazione, alcune funzioni in appalto ora sono addirittura dislocate in diverse parti del mondo, e non è affatto improbabile che il servizio informazioni di una ditta inglese si trovi in un paese asiatico, con operatori indiani che rispondono a richieste riguardanti un evento che si svolge a Londra.  E’ ancora presto per esprimere un giudizio finale sull’outsourcing come metodo di organizzazione dell’attività di un’azienda, ma, tuttavia, è innegabile che offre, almeno per un periodo iniziale, vantaggi economici immediati per l’impresa che lo utilizza.  Non è ancora certo che, nel lungo termine, la disintegrazione dell’identità di una ditta, e lo spezzettamento delle sue funzioni in tante parti, dove una componente tratta un’altra come un cliente, riesca a funzionare meglio di un sistema integrato, dove ogni componente fa parte della stessa organizzazione.  La dedizione e il senso di appartenenza dei dipendenti dell’impresa “principale” sono sicuramente messi sotto stress.

Gli impiegati statali americani, come quelli di tanti altri paesi, ed anche di alcune organizzazioni internazionali, vivono nel costante terrore che il loro lavoro, le attività che svolgono per i loro datori di lavoro, possano essere dati in appalto ad un’impresa privata, da un momento all’altro, nell’ottica dell’ottimizzazione dei processi produttivi e per garantire più efficienza nella spesa del denaro pubblico.  E’ diventato ormai molto comune per un impiegato americano lavorare al fianco di un lavoratore di una ditta in appalto nel svolgere mansioni che fino a venti anni fa erano di competenza esclusiva del dipendente federale.  Un po’ alla volta, o, in qualche caso anche dall’oggi al domani, “vacche sacre” del servizio pubblico, come le attività relative alla sicurezza nazionale, sono state date a ditte private.  In Iraq, le ditte appaltatrici di contratti governativi Usa sono riuscite anche ad ottenere contratti per svolgere lavori che rientrano, direttamente o indirettamente, nelle attività relative al combattimento.  La ditta Blackwater, responsabile per la difesa personale di alti dirigenti e funzionari del governo Usa a Baghdad, è forse il più eclatante esempio di un’organizzazione privata che entra nel territorio normalmente riservato alle attività di uno stato sovrano.

Durante gli anni della presidenza di George W. Bush, la frenesia di appaltare tutto quello che si poteva aveva preso il sopravvento nella programmazione della spesa del bilancio pubblico americano, specialmente nel Dipartimento della Difesa, riducendo sempre di più le attività svolte dai dipendenti federali.  In otto anni, la presidenza Bush aveva raddoppiato l’ammontare speso per gli appalti, raggiungendo quota 500 miliardi di dollari.  Il 4 marzo 2009, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha deciso di ribaltare la politica di Bush, ponendo severi limiti alla politica di outsourcing.  Obama ha dichiarato che è necessario “smettere di dare in appalto quei servizi che dovrebbero essere fatti dal governo, rendendo, nel frattempo, più accessibile il sistema degli appalti alle piccole imprese”. Leggi tutto l’articolo

Ottimismo e opposizione

Anthony M. Quattrone

U.S. President Barack Obama, sitting next to 5-year old Nick Aiello (L), gets a high five from fan Miles Rawls at the Washington Wizards NBA basketball game against the Chicago Bulls in Washington February 27, 2009. Reuters/Molly Riley (United States)
U.S. President Barack Obama, sitting next to 5-year old Nick Aiello (L), gets a high five from fan Miles Rawls at the Washington Wizards NBA basketball game against the Chicago Bulls in Washington February 27, 2009. Reuters/Molly Riley (United States)

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, continua a macinare terreno, e, a poco più di un mese dal suo insediamento, ha disegnato una traiettoria che dovrebbe portare l’America fuori dalla crisi economica, o almeno così sperano gli americani.  Sull’onda del successo che il giovane presidente ha ottenuto la settimana scorsa con l’approvazione da parte del Congresso del pacchetto di misure per stimolare l’economia, dal costo di 787 miliardi di dollari, Obama ha spinto legislatori, sindacalisti e imprenditori, durante un summit del 23 febbraio, ad intraprendere azioni che possono garantire più responsabilità e trasparenza da parte del settore pubblico nel campo della spesa. Lo stesso giorno, Obama ha chiesto ai 50 governatori di spendere in modo saggio i fondi che sarebbero arrivati dal pacchetto di misure approvate la settimana scorsa.  La settimana scorsa, Obama ha fatto lo stesso invito ai sindaci di 80 città.

Nel suo primo discorso alle camere riunite il 24 febbraio, Obama ha detto che “il peso della crisi non determinerà il destino del paese: le risposte ai nostri problemi non sono fuori dalla nostra portata. Le risposte sono nei laboratori e nelle università, nei nostri campi e nelle nostre fabbriche, nell’immaginazione dei nostri imprenditori e nell’orgoglio dei nostri lavoratori — i migliori del mondo. Queste qualità hanno fatto dell’America la più grande forza di progresso e di prosperità nella storia umana. Ora il paese deve unire le sue forze e affrontare le sfide, ancora una volta assumendosi le responsabilità del proprio futuro”.  Obama ha voluto, ancora una volta, presentare una visione ottimista, anche se realistica, per il futuro del paese.  La frase che rimbomba di più tra gli organi di informazione americani, quasi come uno slogan pubblicitario, è: “Ricostruiremo, ci riprenderemo e gli Stati Uniti d’America usciranno da questa crisi più forti che mai”.  L’America in questo momento non è in campagna elettorale, e tutti, democratici e repubblicani, nel rispetto dei ruoli di maggioranza e minoranza, si augurano, per il bene dell’America, che Obama abbia successo.  L’ottimismo, senza negare le gravi difficoltà della crisi in corso, è uno stimolo, già in sé, per l’economia.

Il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha provato in diverse occasioni a tirare su il morale degli italiani a proposito della crisi economica e delle prospettive future dell’Italia, parlando di un paese positivo e capace di rialzarsi.  Il 21 gennaio 2009, il settimanale Panorama riferiva un discorso in cui Berlusconi dichiarava che “la situazione italiana non è così drammatica come tutti pensano” e che per “questo l’unica paura che dobbiamo avere è di avere troppa paura”, invitando gli italiani a non ridimensionare i consumi, per non aggravare ulteriormente la situazione.  Il presidente ha anche rilasciato diverse interviste negli ultimi giorni in cui ha lodato la propensione degli italiani verso il risparmio, l’intelligenza delle banche italiane a non invischiarsi in strumenti finanziari “tossici”, e la generale tenuta del paese rispetto alla crisi che sta attanagliando le economie di molti paesi.  L’esponente del partito democratico, Pier Luigi Bersani, Ministro dello Sviluppo Economico nell’ultimo Governo Prodi, critica l’ottimismo di Berlusconi, dichiarando che “la lettura che punta a minimizzare la gravità della crisi economica è inaccettabile”. Leggi tutto l’articolo

L’agenda economica ed estera di Obama

US 100 dollar notes are checked at a bank. US authorities launched a new phase of their bank rescue plan including a requirement for so-called stress tests on the "capital adequacy" of troubled major commercial banks. (AFP/File/Jung Yeon-Je)
US 100 dollar notes are checked at a bank. US authorities launched a new phase of their bank rescue plan including a requirement for so-called stress tests on the "capital adequacy" of troubled major commercial banks. (AFP/File/Jung Yeon-Je)

Marco Maniaci

L’era Obama è appena cominciata e si inizia a respirare già l’aria del cambiamento.  La sfida che sta affrontando è difficile, ma il nuovo presidente lo sta facendo a muso duro e nel migliore dei modi, almeno in questa prima fase.

Le priorità in questo momento sono tante e l’agenda presidenziale è ricca di appuntamenti, a partire dalla soluzione della crisi che sta investendo il mondo economico che senza una giusta cura potrebbe mettere totalmente in ginocchio gli Stati Uniti d’America.  Il PIL americano ha subito nell’ultimo trimestre la più forte contrazione dall’inizio degli anni ’80, circa 3,8%.  Secondo molti analisti questo dato dimostra la possibilità che il peggio deve ancora venire.   Anche Obama non si è nascosto:  per lui il PIL non è solo un concetto numerico-economico , ma significa anche il disastro che si sta abbattendo sulle famiglie americane. Il primo round di questa battaglia Obama  l’ha vinto: è riuscito, infatti, a far approvare dal senato il maxi-piano di salvataggio dell’economia americana, una manovra da 787 miliardi di dollari. Il piano prevede  una forte riduzione della pressione fiscale sulle famiglie americane e una serie di sgravi fiscali per le aziende. Una voce importante è quella riguardante i fondi per l’ammodernamento di ponti e strade. Per evitare il collasso appunto, il nuovo inquilino della Casa Bianca utilizzerà  questi soldi approntando delle misure sulla scia del New Deal di Roosevelt:  il rifacimento di intere strade, ponti, palazzi e altre opere edilizie che non sono state ristrutturate negli Stati Uniti da quasi cento anni, potrebbe almeno salvare tantissimi posti di lavoro creando nuova occupazione.

Ma la sfida di Obama è ancora più grande e per ampliare l’occupazione, messa a rischio dalla crisi, si sta anche progettando  la modernizzazione del sistema informatico americano. Il presidente Obama,  inoltre, ha indirizzando la sua azione anche verso una nuova politica ecologica, che poi è strettamente legata alla questione energetica.  Infatti il nuovo corso di Obama in politica economica si può definire un New Deal verde.  Il neopresidente si sta apprestando a portare una rivoluzione nel mondo del mercato automobilistico con la revisione delle leggi Bush in materia di gas di scarico.  Il presidente ha autorizzato la California e altri 13 stati dell’unione a fissare standard più severi sui gas di scarico delle automobili e in generale anche un netto miglioramento dell’efficienza energetica. Questa nuova politica è anche il coronamento dell’azione guidata dal governatore Schwarzenneger e da altri governatori dell’Unione, i quali erano fortemente critici verso la politica ambientale dell’ex presidente Bush.

Il presidente americano ha anche portato una nuova ventata di ottimismo nei rapporti con i partner internazionali. Il G7 che si è tenuto in questi giorni a Roma tra i ministri dell’economia dei sette paesi più industrializzati oltre a fissare dei nuovi punti per riscrivere le regole del nuovo ordine mondiale del sistema finanziario cercando di creare una nuova Bretton Woods, ha portato anche un nuovo corso nei rapporti economici tra gli USA e gli altri stati:”Gli Stati Uniti collaboreranno con i partner del G7 e del G20 per costruire il consenso sulla riforma del sistema finanziario”, sono queste le parole del nuovo segretario al tesoro americano Timothy Geithner, aggiungendo che “gli Stati Uniti resisteranno ad ogni forma di protezionismo”. Leggi tutto l’articolo

Ottimismo Obama Style

Sanità ed economia: Barack va avanti 

President Barack Obama arrives on the South Lawn of the White House in Washington, Thursday, Feb. 5, 2009. (AP Photo/Gerald Herbert)
President Barack Obama arrives on the South Lawn of the White House in Washington, Thursday, Feb. 5, 2009. (AP Photo/Gerald Herbert)

Anthony M. Quattrone

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato mercoledì una legge approvata dal Congresso per garantire la copertura sanitaria ad oltre quattro milioni di bambini i cui genitori hanno perso il lavoro o guadagnano troppo poco per pagare un’assicurazione privata.  La legge espande la copertura già garantita a quasi sette milioni di bambini attraverso la State Children’s Health Insurance Program (il programma statale per l’assicurazione sanitaria dei bambini), e sarà finanziata principalmente attraverso la tassazione del tabacco.  Un pacchetto di sigarette negli Stati Uniti costa, in media, un dollaro, di cui circa 60 centesimi vanno all’erario.  Il presidente Obama ha dichiarato di rifiutare “che milioni di bambini americani non raggiungono il pieno potenziale, perché noi falliamo nel soddisfare i loro bisogni primari.  In una società decente, ci sono alcuni obblighi che non sono merce di scambio od oggetti di negoziato, e la salute dei nostri bambini è uno di quegli obblighi”.   

L’estensione della copertura sanitaria per tutti gli americani è stato uno degli elementi fondamentali della campagna politica dei democratici durante le ultime elezioni presidenziali.  Obama mirava ad includere una proposta per riformare l’intero sistema della copertura sanitaria durante i suoi primi 100 giorni alla presidenza, ma ha dovuto fare i conti con due grossi ostacoli, vale a dire, l’attuale crisi economica e il ritiro della candidatura della persona che aveva scelto come ministro della salute, Tom Daschle, ex capogruppo democratico al Senato.  Daschle, che ha dovuto farsi da parte martedì a causa di alcuni problemi con il fisco, era, secondo molti osservatori, l’uomo giusto per portare avanti la riforma, ma la promessa elettorale di Obama ,di non assegnare posti nel suo governo a persone legate alle lobby o che avessero problemi a carattere etico, ha obbligato il candidato al dicastero della salute a ritirarsi.  Pertanto, l’approvazione della legge per estendere la copertura sanitaria ad altri quattro milioni di bambini, permette ad Obama di fare un passo in avanti nel mantenere la promessa elettorale, anche a fronte del contrattempo nella nomina del ministro.

Obama è al lavoro per cercare consensi fra i senatori repubblicani per approvare il pacchetto di misure per stimolare l’economia, che dovrebbe andare all’approvazione del Senato entro la fine della prossima settimana, indicando che non è contrario ad alcune proposte per la riduzione delle tasse.  Il presidente, tuttavia, ha riconfermato la sua opinione che le teorie economiche proposte dai repubblicani hanno fallito in passato, hanno portato il paese all’attuale crisi, e “sono state bocciate dagli elettori americani a Novembre, quando hanno votato in modo consistente per il cambio di rotta”. Leggi tutto l’articolo

Obama va avanti: la Camera Usa approva le misure economiche

President Barack Obama speaks to reporters during his visit to the Capitol in Washington January 27, 2009.
President Barack Obama speaks to reporters during his visit to the Capitol in Washington January 27, 2009. (Kevin Lamarque/Reuters)

Anthony M. Quattrone

“Non abbiamo nemmeno un minuto da perdere” ha dichiarato mercoledì il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, poco prima che la Camera approvasse una serie di misure miranti a stimolare l’economia americana. Obama ha evidenziato la gravità del momento, sostenendo la necessità di prendere iniziative rapide e decisive per rilanciare l’economia. L’urgenza dell’intervento legislativo è dettata anche dalla notizia che, secondo il dipartimento del lavoro, l’emorragia dei posti di lavoro ormai rasenta le 100 mila unità a settimana. Il neo presidente sperava che la maggioranza democratica riuscisse a raggiungere un accordo con la minoranza repubblicana nella Camera, ma ha dovuto rassegnarsi di fronte alla ferma opposizione di ampi settori della destra conservatrice. Alla fine, il pacchetto è stato approvato dalla maggioranza democratica, mentre tutti i deputati repubblicani, assieme ad undici democratici conservatori, hanno votato contro. Il piano approvato dalla Camera rispecchia quasi per intero le richieste fatte da Obama, e costerà al governo federale circa 819 miliardi di dollari, di cui quasi 544 di spese e 275 di riduzione delle tasse. Ora sarà la volta del Senato nel vagliare e approvare le misure passate alla Camera.

La minoranza repubblicana nella Camera ha chiaramente manifestato che alcuni provvedimenti approvati nella seduta di mercoledì non sembrano legati ad iniziative miranti a stimolare l’economia, ma sono finanziamenti per alcune clientele locali o sono a sostegno di interventi prettamente politici. I repubblicani avrebbero preferito avere più tempo per discutere le proposte, e assicurarsi un legame diretto fra le spese e i risultati sperati nell’economia. Per il deputato dell’Ohio, John Boehner, capogruppo repubblicano alla Camera, alcune voci della proposta, del valore di diversi miliardi di dollari, “non hanno nessuna relazione con la creazione o la conservazione di posti di lavoro”. Per il capogruppo repubblicano al Senato, il senatore del Kentucky, Mitch McConnell, “le proposte fatte dai democratici alla Camera non sembrano in linea né con le nostre priorità, né con quelle del Presidente”. In generale, i repubblicani lamentano che l’ammontare della riduzione delle tasse, specialmente per le piccole imprese, non è sufficiente per stimolare l’economia.

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La crisi dei mutui, Obama e le buone intenzioni di Bush

La casa, il giardino, la macchina, la bandiera - il sogno americano sotto stress a causa della crisi economica (photo by Anthony M. Quattrone)
La casa, il giardino, la macchina, la bandiera - il sogno americano sotto stress a causa della crisi economica (photo by Anthony M. Quattrone)

Anthony M. Quattrone

 

La crisi dei mutui, con il conseguente pignoramento delle proprietà, sarà uno dei primi temi che il nuovo presidente americano dovrà affrontare appena metterà piede nella Casa Bianca il prossimo 20 gennaio. Barack Obama sa che, per la stragrande maggioranza degli americani, il possesso della casa in cui si vive è forse l’unico elemento fondamentale del sogno americano che non è cambiato nel corso degli ultimi sessanta anni. I membri delle quattro generazioni d’americani che si sono succedute dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, la “silent generation” (i nati fra il 1925 e il 1945), i “baby boomers” (i nati fra il 1946 e il 1964), la “generation x” (i nati fra il 1965 e il 1979), e la parte ormai adulta della “generation y” (i nati fra il 1980 e il 2000) considerano, in larga parte, il possesso della casa in cui si vive un obiettivo principale da raggiungere nel corso della propria vita lavorativa.

Secondo i dati pubblicati il 28 ottobre 2008 dall’ufficio del censimento Usa, quasi il 68 percento dei 111 milioni d’immobili abitativi in America è attualmente occupato dai proprietari, mentre il rimanente 32 percento è dato in affitto. Durante l’attuale crisi economica, l’obiettivo dell’acquisto della prima casa è passato in second’ordine per chi non possiede una casa, mentre sono migliaia gli americani che addirittura rischiano il pignoramento della proprietà, perchè non riescono a tenere il passo con le rate del mutuo da pagare.

Il sogno americano della casa di proprietà è sotto stress, e le notizie di pignoramenti creano pericolose traiettorie negative sia economiche, sia psicologiche, difficili da ribaltare. Tuttavia, Barack Obama dovrà stare attento a non cadere nella trappola in cui è caduto George W. Bush nel 2002, quando, motivato da buone intenzioni, ha finito per gettare i semi che hanno probabilmente contribuito, in seguito, all’attuale crisi dei mutui e dei pignoramenti.

Sin dall’inizio del suo mandato, Bush voleva favorire l’acquisto della prima casa per tutti gli americani, asserendo che la migliore garanzia per la sicurezza economica dei cittadini era il possesso della propria abitazione. Bush spinse i suoi collaboratori a creare strumenti per favorire l’acceso ai mutui per coloro che avevano difficoltà anche nel racimolare i fondi necessari per pagare l’acconto per l’acquisto della casa, che in America si aggirava, in media, fra il cinque e il dieci percento del valore dell’immobile. Il 17 giugno 2002, Bush annunciò, in un discorso presso una chiesa della comunità nera di Atlanta, in Georgia, che voleva incrementare, entro il 2010, di almeno 5,5 milioni il numero dei neri e degli ispano americani che possedevano la casa in cui abitavano, perché, fino a quel momento, meno del 50% dei membri di entrambe comunità erano proprietari di un immobile abitativo. Bush annunciò la disponibilità di fondi federali per finanziare l’acconto, la semplificazione degli atti burocratici per accedere ad un mutuo, l’impegno di due organizzazioni a partecipazione pubblica, responsabili per rendere i mutui più accessibili agli americani, la Freddie Mac e la Fannie Mae, di assistere le minoranze e i più deboli nell’acquisto della casa, ed una serie d’incentivi fiscali per quanto riguardava la tassazione sui redditi. Buonissime intenzioni. Leggi tutto l’articolo

Obama verso un governo forte

President-elect Barack Obama smiles during a news conference in Chicago, Tuesday, Nov. 25, 2008. (AP Photo/Charles Dharapak)
President-elect Barack Obama smiles during a news conference in Chicago, Tuesday, Nov. 25, 2008. (AP Photo/Charles Dharapak)

Pupilli di Robert Rubin e Brent Scowcroft all’economia e alla politica estera

Anthony M. Quattrone

Il presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, lavora alla costruzione del nuovo governo, cercando di bilanciare il mandato che ha ricevuto dal paese per effettuare una trasformazione della politica di Washington con la necessità di affidare i dicasteri più delicati a politici e professionisti di acclamata esperienza.  L’attenzione degli osservatori internazionali si concentra su due settori della futura amministrazione americana, vale a dire, quella dell’economia e quella della politica estera.  Gli altri dicasteri, come l’istruzione pubblica, l’energia, il lavoro, e la giustizia sono al centro di dibattiti all’interno del paese, e daranno la possibilità al futuro presidente di creare spazi per interventi bipartisan, oltre a soddisfare le richieste da parte di quelle frange più interessate alle politiche sociali e maggiormente attente ai temi dei diritti civili.

Secondo gli osservatori americani, le scelte di Obama per la composizione della squadra economica sembrerebbero essere indirizzate nei confronti dei pupilli di Robert Rubin, mentre per la politica estera, sono i pupilli di Brent Scowcroft a fare la parte del leone.  Rubin è stato uno dei maggiori consiglieri economici del presidente Bill Clinton, ricoprendo anche la carica di segretario del Tesoro dal 1995 al 1999.  Scowcroft, un generale in pensione dell’aviazione Usa, è stato un consigliere repubblicano per la sicurezza nazionale del governo di Gerald Ford e poi di Bush padre, ma ha apertamente e pubblicamente criticato la politica estera dell’attuale presidente George W. Bush, definendo l’invasione dell’Iraq e la successiva cattiva gestione del dopo guerra, un disastro per la lotta contro il terrorismo.

Nel presentare i consiglieri economici che lo aiuteranno nel gestire l’economia americana, Obama ha dichiarato, durante una conferenza stampa a Chicago il 24 novembre, di aver scelto dei leader che possono offrire “un modo di pensare fresco, nuovo”.  La nuova squadra economica, secondo Obama, dovrà agire immediatamente per sfruttare le opportunità d’intervento che l’attuale crisi presenta, sviluppando “un piano di stimolo all’economia che dia uno scossone al sistema per farlo tornare in forma”.  Gli osservatori americani e gli organi d’informazione descrivono i membri della nuova squadra economica come dei visionari, brillanti, acuti ed energici.  Anche Wall Street ha reagito bene alle scelte di Obama, chiudendo lunedì in forte rialzo.

La squadra economica di Obama sarà composta di cinque attori principali.  Il quarantasettenne Timothy Geithner, l’attuale direttore della Federal Reserve di New York sarà il prossimo segretario al Tesoro.  Al consiglio economico nazionale della Casa Bianca andrà Lawrence Summers, 54 anni, ex segretario al Tesoro dell’ultima amministrazione di Bill Clinton e attuale professore della Harvard University.  Il consiglio economico nazionale coordina la formulazione della politica economica nazionale e internazionale, assicurandosi che le decisioni ed i programmi delle varie agenzie e dipartimenti federali sono in linea con gli obiettivi e l’agenda politica del presidente.  Leggi tutto l’articolo