Disoccupazione USA: un calo solo statistico

Anthony M. Quattrone

Image from the Department of Labor websie
Image from www.boomdoomeconomy.blogspot.com

Il tasso di disoccupazione americano è sceso al 7,5% per il mese di aprile 2013, registrando il livello più basso in quattro anni. Il dato, annunciato il 3 maggio 2013 dal Dipartimento del Lavoro USA, ha avuto un effetto positivo immediato sui mercati americani e internazionali, portando la Media Industriale Dow Jones sopra quota 15.000 per la prima volta nella sua storia. Secondo i dati annunciati dal governo USA, i nuovi posti di lavoro, nei settori non agricoli, sono aumentati di 165 mila unità, superando di 20 mila quelli già previsti. Il dato di aprile è anche superiore alla rilevazione di marzo, che, dopo varie correzioni, si è attestato ad un aumento di circa 138 mila posti di lavoro rispetto al mese precedente.

La traiettoria positiva sicuramente avvantaggia il presidente Barack Obama e suggerisce che l’economia americana si stia avviando verso la risoluzione di una lunga crisi, beneficiando di un mercato immobiliare in netta ripresa, un aumento della fiducia dei consumatori, e di una serie di iniziative da parte della Federal Reserve, che hanno aiutato a far diminuire i costi del credito e aumentare il valore del mercato azionario. La Fed ha indicato che intende tenere il costo del denaro il più basso possibile, almeno sino a quando la disoccupazione non sarà scesa fino al 6,5 percento.

Obama, nel discorso che tenne il 7 novembre 2012, in occasione della vittoria nelle elezioni presidenziali per il suo secondo mandato, disse che “Possiamo continuare a lottare per nuovi posti di lavoro, per nuove opportunità e per una sicurezza nuova a favore della classe media . . . Credo che siamo in grado di mantenere le promesse dei nostri padri fondatori, l’idea che se vuoi lavorare sodo . . . allora puoi farlo qui, in America”. Oggi la promessa di Obama sembra prendere forma mentre gli Stati Uniti continuano a immettere posti di lavoro nell’economia.

Tuttavia, non tutti gli analisti concordano sulla bontà dei dati sulla discesa della disoccupazione, perché la metodologia del calcolo della percentuale di disoccupazione non da un quadro completo della situazione del lavoro negli USA.

Secondo alcuni analisti, sarebbe importante controllare nelle statistiche pubblicate dal governo USA il dato percentuale generato dal rapporto fra il numero di persone impiegate e la popolazione “non instituzionale”, vale a dire, la somma di tutte le persone dai 16 anni in su, non arruolate nelle forze armate, non rinchiuse in un ospizio o in una prigione. Questa percentuale è importante perché da una visione più precisa dello stato dell’economia rispetto al dato pubblicato sulla disoccupazione, che invece è un rapporto fra i disoccupati in cerca di lavoro e la forza lavoro (cioè, la somma degli impiegati e i disoccupati in cerca di lavoro). In breve, un disoccupato che si è scoraggiato e non cerca più lavoro non conta più come parte della forza lavoro e pertanto le statistiche non lo conteggiano più. Pertanto è fondamentale conoscere tre dati per capire l’andamento dell’occupazione negli USA. Il primo è il totale della popolazione non istituzionale. Il secondo è il totale della forza lavoro (occupati più disoccupati in cerca di lavoro). Il terzo è il numero degli occupati.

Utilizzando questi tre dati si può raffrontare i dati dell’aprile 2012 con quelli dell’aprile 2013 e si possono trarre alcune interessanti conclusioni. La popolazione “non istituzionale” americana è passata da 242,784 milioni di persone a 245,175 milioni, con un aumento di 2,391 milioni di persone. A fronte di questo aumento della popolazione potenzialmente lavorativa, la forza lavoro è cresciuta da 154,451 milioni dell’aprile 2012 ai 155,238 milioni dell’aprile 2013, pari a un aumento di sole 787 mila unità, ovvero, un terzo dell’aumento della popolazione “non istituzionale”. Gli occupati sono andati dai 141,934 milioni di lavoratori dell’aprile 2012, ai 143,579 milioni dell’aprile 2013, con un aumento di 1,645 milioni di lavoratori. La lettura di questi dati, indica che addizionando i disoccupati in cerca di lavoro dell’apile 2012, (cioè 12,517 milioni di persone) con l’aumento della popolazione non istituzionale (cioè 2,391 milioni di persone), si arriva a un totale di 14,908 milioni di persone. Da questo totale si può sottrarre l’aumento del numero degli occupati fra l’aprle 2012 e quello del 2013 (cioè 1,645 milioni di lavoratori). Pertanto, i disoccupati dovrebbero essere 13,263 milioni di persone. I dati pubblicati dal governo USA registrano 11,659 milioni disoccupati ancora in cerca di lavoro. La differenza fra i due dati dimostra che 1,604 milioni di americani che non lavorano non sono più considerati “disoccupati” secondo le statistiche.

Lo stesso Dipartimento del Lavoro, nel suo rapporto ufficiale del 3 maggio 2013, definisce “discouraged” (scoraggiati) almeno 835 mila americani che non sono più considerati “disoccupati” in questo momento perché si sono arresi nella ricerca di un posto di lavoro.

Nella migliore delle ipotesi, volendo vedere “rosa”, si può utilizzare il rapporto fra popolazione impiegata e popolazione “non istituzionale”, e arrivare alla conclusione che negli USA la situazione è piuttosto stabile nell’ultimo anno: nell’aprile 2013 il 58,56% della popolazione “non istituzionale” è impiegata, contro il 58,46% dell’aprile 2012, con un aumento dello 0,10%. 

Il Thanksgiving Day americano: festa degli immigrati

Il presidente Obama "grazia" il tacchino "Liberty" alla presenza delle figlie Sasha e Malia, mercoledì 23 novembre 2011. (foto Associated Press)

Anthony M. Quattrone

Il Thanksgiving Day, celebrato negli Stati Uniti ogni anno nel quarto giovedì di novembre, è la festa degli immigrati. E’ una festa speciale perché nasce dal basso e non da una decisione imposta dallo stato o dalle autorità religiose. E’ la festa di un paese di immigranti che ringraziano, chi un dio, chi uno spirito superiore, e chi le semplici circostanze, per aver avuto la possibilità di una nuova vita emigrando dai paesi di provenienza, afflitti da crisi economiche, da carestie, da guerre fratricide, e da persecuzioni religiose, politiche o filosofiche.

La storia, o forse la leggenda, vuole che il “giorno del ringraziamento” nasca nel lontano 1621 quando gli abitanti della colonia di Plymouth, nell’odierna Massachusetts, ringraziarono la Provvidenza per quello che fu il loro primo buon raccolto, ricordando che durante l’inverno precedente la metà della popolazione della colonia perì per stenti e malattie. In quell’occasione, gli immigranti e la popolazione indigena, gli indiani della tribù Wampanoag, festeggiarono assieme, in pace, unendo tradizioni simili, quelle europee e quelle degli indiani d’America, per celebrare la conclusione del periodo della raccolta.

George Washington, il primo presidente americano, recepì il sentimento popolare, e proclamò il primo Thanksgiving Day nazionale, consigliando agli Stati della nuova repubblica americana di celebrarlo il 26 novembre 1789. Il presidente Abraham Lincoln fu il primo presidente ad ufficializzare la festa nazionale del Thanksgiving, quando, in piena Guerra Civile, nel 1863, stabilì di celebrarlo nell’ultimo giovedì di novembre. Il presidente Franklin Delano Roosevelt, quasi ottanta anni più tardi, nel 1939, decise che il Thanksgiving fosse celebrato nel penultimo giovedì di novembre, prolungando il periodo dello shopping natalizio, che tradizionalmente iniziava dopo il ringraziamento, per favorire i commercianti in un’America ancora nel pieno della Grande Depressione.

La decisione di Roosevelt fu ignorata dalla maggior parte degli Stati che continuarono a festeggiare il Thanksgiving nell’ultimo giovedì di novembre, rimanendo fedeli alla decisione di Lincoln. Il compromesso fu raggiunto solo nel dicembre 1941, quando Roosevelt ratificò una decisione del Congresso, stabilendo che la festività federale del Thanksgiving Day fosse celebrata nel quarto giovedì di novembre. Così, quando ci sono cinque giovedì nel mese di novembre, la festività è celebrata nel penultimo giovedì, mentre, quando ce ne sono quattro, la festività si celebra nell’ultimo giovedì del mese. Un compromesso che preserva la tradizione con esigenze puramente economiche.

Nel mondo il giorno del Thanksgiving americano è associato al consumo di tacchino, che la tradizione mette al centro del pranzo del ringraziamento. E’ diventata una tradizione anche la “grazia presidenziale” che il presidente americano concede nel giorno della vigilia al tacchino che gli allevatori donano alla Casa Bianca, destinandolo a un allevamento dove potrà vivere in modo confortevole il resto dei suoi giorni. Quest’anno, il presidente Barack Obama ne ha graziati due durante una piccola cerimonia alla Casa Bianca,  “Liberty” e “Peace”, che sono di 19 settimane e pesano circa 20 kg a testa.

Gli italo-americani, cui la stragrande maggioranza è composta dai discendenti della diaspora causata dalla crisi economica dovuta all’occupazione piemontese dell’ex Regno delle Due Sicilie, hanno integrato il tacchino “americano” nei tipici pranzi festivi delle proprie terre di origine. E così, assieme al tacchino, ci sono lasagne, cannelloni, maccheroni, spinaci, broccoli, fagiolini, e dolci tipicamente meridionali, come le sfogliatelle napoletane e i cannoli siciliani, il tutto con buone dosi di vini italiani. Il pranzo italo-americano del Thanksgiving è, ovviamente, spesso al centro delle trasmissioni televisive, ed è considerato una prelibatezza da imitare e replicare a tutti i costi.

Finito la festa, si torna all’economia: il giorno dopo il Thanksgiving, chiamato “Black Friday” (venerdì nero), decreta l’inizio della periodo dello shopping natalizio, con moltissimi grandi negozi che prolungano l’apertura per la vendita dalle quattro del mattino fino alla mezzanotte, scontando molti prodotti, sperando di portare il foglio contabile in zona positiva, associato al colore nero. Gli americani si augurano che il Thanksgiving 2011, appena celebrato, sia l’ultimo di un periodo molto difficile per il Paese, caratterizzato dalla grande crisi economica in corso, sperando che il Thanksgiving Day del 2012 si possa celebrare con tanti buoni motivi per esprimere un vero e sentito “ringraziamento”.

Pubblicato  da “Il Denaro”il 25 novembre 2011

Sondaggi Usa: Obama scivola ancora più giù

President Barack Obama delivers a speech to a joint session of Congress at the Capitol in Washington, Thursday, Sept. 8, 2011. Watching are Vice President Joe Biden and House Speaker John Boehner. (AP Photo/Kevin Lamarque, POOL)

Anthony M. Quattrone

Il pessimismo degli americani nei confronti dello stato del Paese aumenta, annullando completamente qualsiasi senso di speranza che aveva accompagnato l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti nel novembre 2008.  Secondo un sondaggio commissionato dal Washington Post e dall’ABC News, condotto fra il 29 agosto e l’1 settembre, 77 percento degli americani sono convinti che il Paese non stia andando nella direzione giusta.  Due terzi degli americani che hanno votato per il Presidente nel 2008, oggi sono convinti che il Paese sia fuori strada.  Oltre sessanta percento degli intervistati disapprovano la politica economica di Obama e non sono convinti che stia facendo abbastanza o quanto sia necessario per creare più posti di lavoro.  Il numero degli americani che sono disoccupati è pari a 9,1 percento della forza lavoro da diversi mesi e non c’è alcuna indicazione che la situazione possa migliorare nel breve o medio termine.  E’ interessante notare che l’opinione negativa nei confronti della politica economica del Presidente è peggiorata di ben dieci punti negli ultimi due mesi e che la popolarità del Presidente è ormai scivolata a quarantatré percento.

Con la popolarità ai minimi livelli a solo quattordici mesi dalla data delle prossime elezioni presidenziali, quando saranno anche rinnovati completamente la Camera e un terzo del Senato, Obama deve inventarsi qualcosa per riguadagnare la fiducia degli elettori.  La boccata d’ossigeno offerta dall’uccisione di Osama bin Laden il 2 maggio ha permesso al Presidente di guadagnare consensi per la sua politica estera e per come conduce la lotta contro il terrorismo mondiale, ma, tipicamente, i risultati delle elezioni americane sono maggiormente correlati all’andamento dell’economia piuttosto che alla politica estera e alla sicurezza nazionale.  Gli americani misurano l’andamento dell’economia principalmente dai dati sull’occupazione, e, in questo momento, con la disoccupazione oltre il nove percento, Obama si trova sul banco degli imputati, indipendentemente dalle sue reali colpe.  E’ la brutale regola della politica americana.

Con la sua popolarità ai minimi storici e la disoccupazione che non scende, Obama ha deciso di presentare giovedì 8 settembre 2011 al Congresso in seduta congiunta l’American Jobs Act, una proposta legislativa che mira a far ripartire l’economia americana attraverso una serie di misure volte ad aumentare l’occupazione e a mettere più soldi a disposizione delle famiglie americane.  Con l’American Jobs Act, Obama propone di incrementare l’occupazione agendo su due leve: gli investimenti nelle infrastrutture con il diretto aumento degli occupati nel settore delle costruzioni, e la riduzione del costo del lavoro attraverso la riduzione delle tasse sul reddito da lavoro.  Con la riduzione del costo del lavoro, Obama spera, da un lato, di invogliare gli imprenditori ad aumentare l’occupazione, e dall’altro, a dare ai lavoratori più soldi in busta paga, con la speranza che spendano di più.  La proposta di Obama, che costerebbe circa 450 miliardi di dollari, fra esenzioni fiscali e investimenti federali, ha bisogno dell’approvazione del Congresso, dove i repubblicani controllano la Camera e i democratici il Senato.

Obama ha chiesto al Congresso di approvare subito la sua proposta, trovando una leggera apertura da parte del leader repubblicano e presidente della Camera, John Boehner, il quale ha commentato a freddo che il piano del presidente “merita considerazione”.  Obama, tuttavia, ha avvertito chi volesse procrastinare un qualsiasi intervento sino alle elezioni presidenziali del novembre 2012 che gli americani non sono disposti ad aspettare i tempi della politica, dichiarando che “qualcuno pensa che le differenze tra noi siano così grandi che solo le elezioni possono risolverle — ma sappiate che le elezioni sono tra quattordici mesi e gli americani non possono permettersi di aspettare quattordici mesi”.

Se l’American Jobs Act fosse approvato dal Congresso nella versione proposta dalla Casa Bianca, le misure dovrebbero partire dal prossimo anno con investimenti in infrastrutture e aiuti diretti agli Stati per circa 140 miliardi di dollari, un’estensione del taglio fiscale per i lavoratori dipendenti per un valore di circa 240 miliardi, e un’estensione dei sussidi di disoccupazione fino al 2012, per un valore di circa sessantadue miliardi. Secondo una stima dei consiglieri di Obama, una famiglia media dovrebbe trovarsi con una disponibilità di circa 1.500 dollari in più nel 2012.

Pubblicato da “Il Denaro” il 23 settembre 2011.

Il debito pubblico americano – una crisi voluta

Barack Obama incontra il 14 luglio 2011 alla Casa Bianca (da sinistra a destra) lo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, il leader della maggioranza democratica al Senato Harry Reid e il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell. Foto EPA.

Anthony M. Quattrone

Il presidente americano Barack Obama sta affrontando enormi difficoltà nel cercare di far raggiungere un compromesso fra democratici e repubblicani nel Congresso per ridurre il debito pubblico federale a lungo termine e, nel frattempo, di far alzare il tetto legale dello stesso debito entro il 4 agosto 2011, quando è previsto il suo sforamento e la potenziale inadempienza degli USA nei confronti dei creditori. Nel suo ultimo discorso radiofonico periodico che tiene ogni sabato, il Presidente ha parlato in termini apocalittici di quello che potrebbe succedere se gli USA dichiarassero la bancarotta fra tre settimane, affermando che per gli USA e per il mondo sarebbe “un Armageddon economico”.  Se repubblicani e democratici non trovassero l’accordo, il Presidente ordinerà di non pagare le pensioni sociali, di non pagare i dipendenti del governo federale, né i militari, pur di evitare la bancarotta e l’inadempienza nei confronti dei creditori internazionali.  Trentadue percento del debito pubblico americano è controllato da stranieri, fra cui le banche centrali della Cina, del Giappone, e dell’Inghilterra.

Obama non può, tuttavia, prendere decisioni unilaterali per alzare il debito.  Infatti, la sezione 8 del primo articolo della Costituzione Americana riconosce al Congresso l’autorità di emettere titoli di debito del governo federale.  Il Congresso ha emesso titoli a copertura di spese specifiche con atti individuali fino al 1917 quando ha deciso di semplificare le procedure creando un tetto statutario del debito.  Dal 1917 fino agli anni 60, il Congresso ha alzato il limite in diverse occasioni, e, negli anni cinquanta lo ha anche abbassato in due occasioni.  Dagli anni sessanta ad oggi, il Congresso lo ha alzato ben 60 volte, ponendo un nuovo tetto di 14,294 miliardi di dollari il 12 febbraio 2010.  Ad oggi, il governo federale avrebbe già superato la soglia, ma, attraverso una serie di procedure contabili, è riuscito nel posticipare alcuni pagamenti fra agenzie federali, ritardando di fatto il superamento del limite statutario.  Gli esperti pongono il debito federale americano registrato il 29 giugno 2011 a 14,46 mila miliardi di dollari, pari al 98,6% del prodotto interno lordo registrato per il 2010, che si è attestato a 14,66 mila miliardi di dollari.

Fino ad ora è stato difficile per il Congresso raggiungere una decisione sul debito pubblico perché i repubblicani che controllano la Camera non vogliono sentir parlare di innalzamento delle tasse per le classi più avvantaggiate, mentre i democratici che controllano il Senato non vogliono accettare tagli molto incisivi nei confronti dei programmi sociali.  La posta in gioco è alta per il presidente, i senatori e i deputati perché è già iniziata la campagna elettorale del 2012, quando ci saranno le presidenziali, il rinnovo totale della Camera e di un terzo del Senato.  I politici dei due schieramenti si attaccano sul debito pubblico a lungo termine da lasciare sulle spalle delle future generazioni, sulla spesa federale corrente, sul potenziale innalzamento delle tasse per i ceti più agiati, e sulla riduzione dei programmi sociali per gli anziani e per i ceti svantaggiati.

Obama vorrebbe apparire agli americani come il mediatore “centrista” fra democratici e repubblicani nel Congresso.  Con il discorso di sabato, e con le notizie battute da alcune agenzie che lo vedrebbero infuriato con i leader del Congresso, forse Obama è riuscito a spingere le parti verso il compromesso.  Durante i programmi televisivi della domenica mattina tradizionalmente dedicati alla politica, si sono alternati senatori e deputati democratici e repubblicani, manifestando l’intenzione di trovare un accordo. Il senatore democratico dell’Illinois, Richard J. Durbin appoggia la proposta di Obama di tagliare 4 mila miliardi di spesa federale nei prossimi dieci anni, mentre il senatore repubblicano dell’Oklahoma, Tom Coburn, propone una riduzione di quasi 9 mila miliardi nello stesso periodo.  Forse è più realistica la notizia riferita dal sempre ben informato “Politico” che vorrebbe il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, e il suo collega democratico Harry Reid al lavoro per raggiungere un compromesso basato su tagli alla spesa per 1,5 mila miliardi di dollari accoppiato alla decisione di innalzare il debito federale.  Il Congresso dovrà decidere entro la fine di questa settimana sul da farsi, perché dopo mancherebbero i tempi tecnici per evitare “un Armageddon economico”.

Pubblicato da “Il Denaro” il 21 luglio 2011.

Fed, più trasparenza per il futuro

Prima conferenza stampa della Fed americana

Anthony M. Quattrone

Federal Reserve Chairman Ben Bernanke speaks during a news conference at the Federal Reserve in Washington, Wednesday, April 27, 2011. (AP Photo/Susan Walsh)

Il fatto che Ben Bernanke, il presidente della Fed, la banca centrale americana, abbia tenuto una conferenza stampa lo scorso 27 aprile 2011, rispondendo dal vivo a domande sulle decisioni inerenti alla politica monetaria a stelle e strisce, è una notizia già per se.  Il Federal Reserve System, informalmente chiamato la Fed, è stato istituito nel 1913 dal Congresso americano a seguito di una serie di gravi crisi monetarie per prevenire e governare eventuali crisi finanziarie.  Bernanke è il chairman della Fed dal 2006, e il suo mandato è stato confermato dal presidente americano Barack Obama fino al 2014.

La Fed è un animale molto strano.  L’organo direttivo della Fed è composto dai presidenti di dodici Federal Reserve Bank regionali e da sette governatori nominati dal presidente americano.  I membri del consiglio direttivo della Fed, una volta nominati, non possono essere rimossi se non alla fine del mandato.  Le decisioni della Fed, un’agenzia pubblica indipendente dal governo federale americano, non sono soggette al controllo da parte né del potere esecutivo, né del legislativo.  In un sistema di “checks and balances”, la Fed gioca un ruolo fondamentale nel controbilanciare il potere esecutivo e legislativo nella gestione dell’economia americana attraverso la politica monetaria centrale.  Ben Bernanke è il quattordicesimo chairman della Fed dalla sua costituzione ed è uno dei tre in vita, assieme a Paul Volcker (1979-1987) e Alan Greenspan (1987-2006).

Non sono pochi gli americani che incolpano la Fed di ogni male del Paese.  I fautori delle più complesse versioni delle teorie del complotto indicano nella Fed il vertice dei poteri forti che rappresentano i banchieri mondiali.  La segretezza delle operazioni della Fed ha contribuito sin dalla sua fondazione nel generare e sostenere le più svariate formulazioni delle teorie del complotto.  Un filo conduttore che collega le varie teorie contro la Fed è di carattere antisemita che mette in primo piano i banchieri ebraici come i Rothschild.  La trasparenza delle decisioni della Fed è pertanto diventata una fondamentale necessità sia per contrastare le teorie complottistiche, sia per ridurre il malumore per le decisioni che l’autorità monetaria prende periodicamente in risposta alle condizioni dell’economia a stelle e strisce. “E’ stato un fatto positivo” ha scritto il New York Times in un editoriale del 27 aprile 2011, “vedere Ben Bernanke incontrare la stampa mercoledì, in quello che è il primo della serie d’incontri programmati ogni trimestre, con domande e risposte.  Si vede che la Fed ha imparato, anche se nel modo più difficile, che deve lavorare per creare comprensione e consenso per le sue politiche.”

La politica della Fed non potrà risolvere l’alto tasso di disoccupazione, la caduta del valore degli immobili, la debole crescita dei redditi, e l’erosione del settore manifatturiero, che secondo Bernanke sono i maggiori problemi dell’economia americana, senza un cambio di rotta nella politica fiscale decisa da parte del presidente e del Congresso.  L’editoriale del New York Times rileva che solo la politica fiscale può affrontare questi temi, e questo sarà possibile solo se il Senato, controllato dai democratici, e la Camera, controllata dai repubblicani, troveranno un accordo su come racimolare più fondi e investirli in specifici programmi, progetti, e sforzi tendenti verso la ripresa economica.  Nel frattempo, la Fed va avanti per la sua strada, continuando a regolare la quantità di moneta in circolazione e le condizioni creditizie dell’economia. Bernanke ha confermato che giugno finirà il secondo round da 600 miliardi di dollari di acquisti di titoli pubblici e che i tassi d’interesse sui fondi federali rimarranno fra lo zero e 0,25% per ora.

Bernanke prevede che il tasso d’inflazione per il 2011 si assesterà fra l’1,3 e l’1,6% e la crescita del prodotto interno lordo sarà fra il 3,1 e il 3,3%.  La notizia più importante per la maggioranza degli americani e per il presidente Obama, già impegnato nella campagna elettorale del 2012, è che il tasso di disoccupazione in Usa dovrebbe scendere all’8,4-8,8% nel 2011.

–Pubblicato in terza pagina su “Il Denaro” del 5 maggio 2010:    http://news.denaro.it/blog/2011/05/05/fed-piu-trasparenza-per-il-futuro/

Obama il centrista

Anthony M. Quattrone

U.S. President Barack Obama views a turbine as he tours General Electric's birthplace in Schenectady, New York, January 21, 2011. With Obama is plant manager Kevin Sharkey. REUTERS/Kevin Lamarque

Molti osservatori americani si chiedono, a due anni dall’inaugurazione della presidenza Obama, quale sia il credo politico, o l’ideologia dell’attuale inquilino della Casa Bianca.  Barack Obama è stato eletto all’insegna del cambiamento, l’unità, la condivisione, la razionalità, la risoluzione, il pragmatismo.  Secondo Jacob Bronsther, in un articolo pubblicato nel Christian Science Monitor il 21 gennaio 2011, gli americani conoscono la differenza ideologica tra Franklin Delano Roosevelt e Ronald Reagan, ma non sono certi sui valori filosofici e politici di Obama.  Bronsther, il quale sostiene che Obama ha enunciato dei principi metodologici, come il pragmatismo e il cambiamento, piuttosto che dei principi ideologici, ricorda che nel 2009 il New York Times chiese al Presidente se ci fosse una parola che potesse definire la sua filosofia.  Il giornale gli chiese se fosse un socialista, o un progressista, o un “liberal”.  Obama rispose che non voleva lasciarsi coinvolgere in quel tipo di discussione, rilevando la sua avversione per le etichette.  Per Bronsther, la riluttanza di Obama di dichiarare quali sono i suoi principi guida, se è più vicino a Roosevelt o a Reagan, crea enormi problemi per tutti, e in primo luogo per il Paese che lui vorrebbe o dovrebbe unire attorno ad una visione.  Se Obama vuole creare a un movimento che duri nel tempo, dovrà, primo o poi, enunciare il suo credo.

Secondo quanto scrivono Jackie Calmes e Jeff Zeleny nel New York Times del 22 gennaio 2011, Obama cercherà di raccontare una visione “centrista” in occasione del discorso sullo stato dell’Unione del prossimo 25 gennaio 2011.  In un video che Obama ha inviato ai suoi sostenitori, emerge l’intenzione del Presidente di spostarsi verso il centro, appellandosi agli elettori indipendenti, ai manager e agli imprenditori che si sentono alienati dall’espansione del ruolo del governo federale nell’economia e dalla virulenta lotta fra democratici e repubblicani nel Congresso.  Secondo Jackie Calmes e Jeff Zeleny, Obama cercherà di focalizzare l’attenzione degli americani sulla necessità di costruire fondamenta solide su cui ergere l’America del futuro, basandosi sul concetto di unità nazionale e di rinascita, assieme alla necessità d’interventi mirati da parte del governo federale, cercando nel frattempo di ridurre il deficit di bilancio.

Nel video inviato ai sostenitori, Obama ricorda che la sua attenzione principale rimane quello di assicurare che l’America sia competitiva sul mercato globale, e che si creino posti di lavoro non solo oggi ma anche nel futuro. Per Obama, ci sono grandi sfide di fronte agli americani, ma “siamo capaci di affrontarle, se ci uniamo come popolo — repubblicani, democratici, e indipendenti – se siamo capaci di focalizzarci su quello che ci unisce, e se siamo disposti a trovare un terreno comune, anche quando siamo impegnati in ardenti discussioni”.  Secondo il New York Times, il tentativo di Obama di rinnovare la sua immagine dopo due anni d’iniziative percepite come progressiste da parte degli americani, sarà difficile, ma non impossibile, anche perché stanno arrivando, finalmente, alcuni segnali positivi dall’economia.

Il problema per il presidente americano sarà quello di conciliare il tentativo di apparire di centro, riducendo il deficit pubblico, senza perdere il sostegno della sinistra progressista del partito democratico, spendendo di più nei campi dell’istruzione pubblica, i trasporti, e l’innovazione tecnologica.  Se l’economia si riprendesse, e più americani tornassero al lavoro, il miracolo potrebbe avvenire, con introiti maggiori per l’erario, e una conseguente riduzione del deficit, senza sacrificare le iniziative care a Obama e alla sinistra liberal.
Nell’attesa per il discorso di martedì sullo stato dell’Unione, l’opposizione repubblicana ha già deciso di continuare sulla strada intrapresa due anni fa, cioè di attaccare Obama su tutto senza dare mai tregua.  Per il momento, la strategia repubblicana ha pagato con la riconquista della Camera nelle elezioni dello scorso novembre.  Se l’economia dovesse riprendersi, tuttavia, i repubblicani avranno bisogno di argomenti più convincenti per sconfiggere Obama nel 2012, e non vorranno, sicuramente, apparire agli americani come quelli che si augurino “il tanto peggio, tanto meglio” per scopi puramente politici.

La sinistra democratica Usa: “Obama, ci manchi!”

Treasury Secretary Timothy Geithner (C) and Office of Management and Budget Director Jacob Lew (R) arrive Wednesday for a meeting with Congressional leaders to discuss the Bush-era tax cuts. Barack Obama's Republican foes laid out a year-end strategy on Wednesday that could doom efforts to approve a nuclear pact with Russia and lift a ban on gays serving openly in the military. (AFP/Getty Images/Chip Somodevilla)

Anthony M. Quattrone

La sinistra del partito democratico americano è in rivolta contro il presidente Barack Obama. Alcune decisioni che il Presidente ha preso dopo la sconfitta del suo partito nelle elezioni di un mese fa hanno messo in allarme i liberal, che oggi hanno dato inizio alla campagna “rivogliamo Obama”. La sinistra liberal accusa il presidente di essersi rimangiato alcune importanti promesse fatte in campagna elettorale.

La decisione di Obama, resa pubblica il 29 novembre 2010, di congelare gli stipendi dei dipendenti civili del governo federale, seguita dalla notizia del giorno dopo, secondo cui il presidente sembrerebbe intento a non abrogare le agevolazioni fiscali per i maxi redditi approvate dal suo predecessore, hanno provocato la dura reazione della sinistra del partito.

Secondo i liberal, il congelamento degli stipendi di tre milioni di civili del governo federale per il 2011 e il 2012 è un’operazione di facciata, atta solo a soddisfare la destra repubblicana, la quale è caratterizzata da posizioni liberiste e antistataliste. L’apparente obiettivo è quello di ridurre il debito pubblico attraverso un risparmio di circa due miliardi di dollari nel 2011, raggiungendo un risparmio di circa 28 miliardi nei prossimi cinque anni e di circa 60 miliardi nell’arco di dieci anni. La sinistra liberal accusa Obama di poca chiarezza perché il risparmio previsto non è altro che una goccia nel mare del disavanzo americano, e i due miliardi di dollari che si risparmierebbero nel 2011 sono nulla rispetto ad un bilancio federale stimato in circa 3.830 miliardi di dollari per il prossimo anno. Per la sinistra liberal, l’iniziativa di Obama punisce i lavoratori federali e renderà l’impiego pubblico americano ancora meno attraente. Secondo dati provenienti dallo stesso governo americano, gli stipendi dei dipendenti federali sono inferiori di circa 22 percento rispetto ai lavoratori che svolgono pari mansioni nel settore privato. Leggi tutto l’articolo

La politica economica di Obama riporta GM in borsa

Anthony M. Quattrone

General Motors CEO Dan Akerson (L) smiles with others before ringing the opening bell of the New York Stock Exchange November 18, 2010. REUTERS/Shannon Stapleton

Il salvataggio della General Motors effettuato dal governo americano sedici mesi fa creò notevole preoccupazione fra gli elettori americani perché pochi credevano che il gigante dell’auto avrebbe mai potuto restituire al governo di Washington il mega prestito di 49,5 miliardi di dollari.  Invece, il 18 novembre 2010 il presidente della casa automobilistica di Detroit, Dan Akerson, ha potuto suonare la tradizionale campanella della borsa di Wall Street, dando inizio alle contrattazioni, collocando milioni di azioni della GM, per oltre 20 miliardi di dollari, a prezzi più alti di quanto previsto.  Il governo americano ha già recuperato, attraverso la vendita delle azioni GM in suo possesso, già undici miliardi di dollari, riducendo la sua quota azionaria da 61 a circa 30 percento.

Secondo Obama, “la quotazione a Wall Street è una pietra miliare non solo per quest’azienda, simbolo dell’industria americana, ma anche per l’intero settore dell’auto”.  Obama, riassumendo la politica economica del suo governo, ha dichiarato che “il sostegno a questa azienda ha permesso di salvare migliaia di posti di lavoro e di aiutare un’azienda a modernizzarsi per affrontare le sfide future”.

Non tutti sono felici per il successo della politica economica di Obama e dei democratici.  Paul Krugman, giornalista del New York Times, professore di economia a Princeton, e premio Nobel per l’economia nel 2008, ha scritto che alcuni deputati e senatori repubblicani non sono affatto contenti che l’America possa uscire dalla crisi economica, o almeno, non sono contenti che questo accada durante la presidenza Obama.

Il premio Nobel ha pubblicato un provocatorio articolo sul giornale newyorchese il 19 novembre 2010 intitolato “l’asse della depressione”, giocando sulla famosa frase “l’asse del male” coniata da George W. Bush, in occasione del suo discorso sullo Stato dell’Unione del 29 gennaio 2002.  Mentre il presidente Bush si riferiva a Iraq, Iran e Corea del Nord, accusati di essere gli sponsor del terrorismo internazionale, il giornalista del Times fa riferimento all’asse insolita formata dalla Cina, dalla Germania e dal partito repubblicano americano, uniti nel tentativo di bloccare gli interventi monetari del presidente della Federal Reserve americana, Ben Bernanke, atti a stimolare la crescita dell’economia americana.

Secondo Krugman è normale che Cina e Germania siano preoccupati per possibili interventi di Bernanke, perché, se avranno successo, indebolirebbero il dollaro, rendendo le esportazioni americane più competitive a spese dei concorrenti, e un dollaro debole potrebbe ridurre anche il deficit commerciale statunitense nei confronti di Pechino e Bonn.

Per il premio Nobel non è accettabile, invece, che alcuni parlamentari repubblicani americani siano intenti a stroncare gli interventi della Fed solo per motivi di puro calcolo politico.  Krugman accusa il deputato repubblicano Mike Pence e il senatore repubblicano Bob Corker di essere incoerenti negli attacchi che hanno fatto a Bernanke quando lo hanno invitato a sospendere qualsiasi iniziativa di espansione monetaria che potesse indebolire il dollaro e aumentare l’inflazione.  Krugman fa notare, nel suo articolo, che Bernanke sta seguendo le indicazioni che il paladino della politica della destra economica americana, il premio Nobel Milton Friedman, dette in una situazione di crisi analoga a quella attuale, quando raccomandò alla Banca del Giappone nel 1998 di acquistare sul mercato obbligazioni del governo nipponico.

La campagna elettorale presidenziale del 2012 è praticamente iniziata con il collocamento delle azioni GM e con le pressioni sulla Fed.

Obama va a picco nei sondaggi

Anthony M. Quattrone

President Barack Obama walks toward Marine One on the South Lawn of the White House in Washington, Thursday, July 15, 2010. REUTERS/Larry Downing

I sostenitori di Barack Obama sono sbigottiti dalla lenta ma inesorabile erosione della credibilità e della popolarità del presidente americano nei sondaggi svolti negli ultimi mesi.  Obama sembra intrappolato in una ragnatela di eventi negativi, incapace di riprendere l’iniziativa politica.  La crisi economica, il disastro ecologico nel Golfo del Messico, e il perdurare di una guerra senza fine e senza vittoria in Afghanistan formano una miscela esplosiva per gli indici che misurano la fiducia e il gradimento del popolo americano nei confronti del presidente, a meno di quattro mesi dalle elezioni di novembre, quando sarà rinnovata l’intera Camera e un terzo del Senato.

La crisi economica ereditata dall’amministrazione Bush non sembra dare ancora segnali tangibili di inversione di marcia. Sono ancora milioni gli americani disoccupati e che non hanno la benché minima idea di quando e dove torneranno nella forza lavoro.  Il tasso di disoccupazione è ancora vicino al dieci percento, e, secondo i verbali di una riunione tenuta dai i vertici della Federal Reserve Bank, la banca centrale americana, il 22 giugno 2010, gli uomini di Ben Bernanke hanno alzato le forchette per la disoccupazione del 2011 a 8,3-8,7 percento, dal precedente 8,1-8,5, e per quella 2012 al 7,1-7,5 percento, dal precedente 6,6-7,5.

Secondo i dati pubblicati a fine giugno dal governo Usa, a maggio è aumentato il numero delle nuove richieste di sussidi di disoccupazione, in contrasto con le previsioni degli analisti che prevedevano un leggero calo. A maggio sono anche aumentate le richieste di sussidi pre-esistenti, le cui proroghe richiederanno l’approvazione del Congresso per fornire la copertura finanziaria.

La vendita al dettaglio è calato di 1,1 percento a maggio e di un ulteriore mezzo punto a giugno, secondo i dati pubblicati dal governo Usa il 14 luglio 2010.  Le proiezioni negative sull’occupazione hanno anche costretto la banca centrale a rivedere le stime del prodotto interno lordo (Pil) per i prossimi anni, perché l’alto tasso di disoccupazione influenzerà, ovviamente, la spesa delle famiglie, riducendo i consumi, che rappresentano circa settanta percento del Pil.  La massima crescita del Pil americano, prevista dai banchieri centrali, è stata ridotta di 0,2 punti percentuali per il 2010, dal 3,7 a 3,5 percento, e di 0,3 punti dal 4,5 a 4,2 percento per il 2011. Leggi tutto

Usa: i repubblicani calvacano la depressione

U.S. President Barack Obama faces reporters during a news conference in the East Room of the White House in Washington, May 27, 2010. Obama promised on Thursday to hold BP accountable in the catastrophic Gulf of Mexico oil spill and said his administration would do everything necessary to protect and restore the coast. REUTERS/Jason Reed

Anthony M. Quattrone

Le elezioni americane del prossimo novembre saranno influenzate primariamente dall’andamento dell’economia, sia quella dell’intera Nazione, sia quella dei differenti Stati dell’Unione. La recessione ha eliminato in America circa otto milioni di posti di lavoro nel settore privato e la disoccupazione è ancora attorno al dieci percento.  Anche se ci sono modesti segnali di ripresa, e migliaia di nuovi posti di lavoro sono creati ogni mese, i segnali restano preoccupanti.

Secondo un sondaggio condotto dalla Rasmussen il 22 e 23 maggio 2010, usando un campione composto di persone che più probabilmente andranno a votare a novembre, 48 percento pensa che i problemi economici che il Paese sta affrontando siano stati causati dalla recessione iniziata durante l’amministrazione Bush.  Questa percentuale è scesa di cinque punti dal rilevamento effettuato lo scorso aprile e di ben quattordici punti dal maggio 2009.  La percentuale delle persone che attribuisce la colpa alle politiche adottate da Obama è salita di quattro punti percentuali, da trentanove percento dello scorso mese a quarantatré dell’attuale sondaggio, ma è più basso della rilevazione effettuata nell’ottobre 2009, quando raggiunse quarantacinque percento, il massimo della sua presidenza.

Secondo un’analisi dei dati ufficiali pubblicati da un’agenzia del governo federale Usa, il Bureau of Economic Analysis, per il primo trimestre del 2010, condotta dalla testata USA Today, la percentuale del reddito personale degli americani proveniente da fonti pubbliche ha toccato il massimo storico, mentre quella da fonti private ha toccato il minimo.  Il reddito proveniente da fonti pubbliche, che include oltre alle pensioni, alle indennità di disoccupazione, ai buoni pasto per i meno abbienti, e gli altri programmi di sostentamento del reddito per i più deboli, anche gli stipendi dei dipendenti pubblici, è salito da 12,1 percento del primo trimestre 2000, a 14,2 percento nel dicembre 2007, quando iniziò la recessione, a 17,9 del primo trimestre di quest’anno.  Durante lo stesso periodo, il reddito proveniente dal settore privato è sceso da 47,6 percento registrato nel primo trimestre del 2000, a 44,6 percento nel dicembre 2007, all’attuale 41,9. Leggi tutto l’articolo