L’assalto al Congresso non impedisce la conferma di Biden

Il 6 gennaio 2021 rimarrà nella storia americana non solo come la data dell’assalto al Congresso ma anche per la epica vittoria dei democratici nelle votazioni suppletive svolte in Georgia per l’elezione di due senatori; due seggi, acquisiti dai democratici, che valgono il controllo del Senato.  La vittoria democratica delle elezioni svoltesi a novembre è ora completa. I democratici hanno conquistato la maggioranza al Senato, in aggiunta a quella già acquisita alla Camera.

L’assalto al Congresso

L’ultima volta che il Congresso americano ha subito un assalto è stato il 24 agosto 1814; i Britannici lo misero a ferro e fuoco nel corso della “Guerra Anglo-Americana”.

L’assalto del 6 gennaio 2021, non è stato condotto da forze militari o da terroristi stranieri, ma da cittadini americani, più precisamente dai supporter di Donald Trump.

Per loro le autorità USA hanno coniato il termine “terroristi domestici”. Questi ultimi hanno accolto pienamente l’invito rivolto loro dal Presidente Trump, poco prima, durante il comizio dello stesso giorno, di marciare sul Congresso per bloccare la prevista certificazione dell’esito elettorale, e cioè della vittoria di Joe Biden.

Trascorse alcune ore, dopo le inaudite violenze che sono state trasmesse in diretta dai media di tutto il mondo, quando le forze di sicurezza hanno ripreso il controllo del “Capitol”, i parlamentari hanno potuto riprendere la sessione, certificando il processo elettorale assegnando la vittoria a Joe Biden.

Il fallimento della sicurezza

Come è stato possibile per i manifestanti riuscire ad entrare al Congresso? Di chi sono le responsabilità operative?  Una indagine chiarirà cosa non abbia funzionato.  È necessario ricordare che la giurisdizione sulle diverse forze di polizia presenti a Washington, le loro competenze e la gestione delle tematiche sulla sicurezza sono articolate e complesse, e quindi richiedono un elevato livello di coordinamento fra autorità locali e federali, che è venuto a mancare.

Le responsabilità di Donald Trump

L’assalto rappresenta il culmine di una strategia attuata già prima dell’elezione di Trump. Strategia fondata sulla manipolazione e falsificazione della realtà, ciò che i suoi collaboratori chiamavano candidamente: un altro punto di vista, un’altra verità’.  Trump ha saputo sfruttare la propensione, di una parte della popolazione americana, seppur minoritaria, a credere a notizie sensazionalmente false.  Per esempio, nel 2010 abbracciò e rilanciò come cavallo di battaglia, la bufala che Barack Obama non fosse nato in America e, pertanto, seconda la Costituzione, la sua elezione alla presidenza fosse illegittima.  Nel 2016, quando diventò presidente perché aveva ottenuto più voti dei grandi elettori rispetto a Hillary Clinton, nonostante quattro milioni di voti popolari in meno, dette vita alla bufala che avevano votato milioni di immigrati illegali. Rilevante, e più recente, in ordine temporale, la bufala concernente i presunti brogli elettorali a suo danno nelle elezioni dello scorso novembre.

Finalmente, ieri 7 Gennaio, per quanto solo a seguito delle enormi pressioni ricevute anche dall’interno del suo partito, Trump ha ammesso pubblicamente che il 20 gennaio gli USA avranno un “nuovo governo”. Non ha mai citato il nome Joe Biden e a continuato a ritenersi vincitore delle elezioni. Anche in questo momento così drammatico per la Nazione, ha trovato modo di somministrare l’ultima bufala (speriamo) del suo mandato. Ha dichiarato di aver inviato personalmente la Guardia Nazionale a respingere l’assalto e disperdere la folla. Tutto il mondo ha visto che ciò non è accaduto. Ovviamente, ha negato anche che questi estremisti fossero suoi sostenitori. 

A pochi giorni dalla fine del suo mandato, di fronte alla evidenza che Trump sia da considerare il mandante politico dell’assalto al Congresso, anche un numero crescente di parlamentari repubblicani sta chiedendo la testa del Presidente.  Mancano, però, i tempi tecnici sia per impostare la procedura di impeachment volta a rimuovere il presidente Trump sia per attivare la procedura prevista dal XXV emendamento alla Costituzione che prevede la possibilità di rimuovere il Presidente in carica con un provvedimento approvato dalla maggioranza dei ministri del governo. 

Qualora Trump dovesse rimanere in carica fino al termine previsto, si pensa di sanzionare il suo operato con una censura formale del Congresso; probabilmente da decretare anche dopo la sua uscita dalla Casa Bianca, per garantire una traccia storica del provvedimento.

La vittoria dei democratici in Georgia

La vittoria dei democratici Jon Ossoff e del reverendo Raphael Warnock sui repubblicani Kelly Loeffler e David Perdue nelle elezioni suppletive in Georgia ha garantito ai Democratici due seggi al Senato, acquisendone così la maggioranza.

Ora, infatti, i democratici possono contare su 48 senatori, più 2 indipendenti in coalizione, e sul voto decisivo della Vice Presidente USA e Presidente del Senato Kamala Harris raggiungendo così, quota 51, uno in più dei 50 senatori a disposizione dei repubblicani.

Le preoccupazioni delle autorità istituzionali

I massimi esponenti delle istituzioni degli Stati Uniti sono ora molto preoccupati per eventuali ulteriori colpi di testa che Trump potrebbe intentare nei giorni che mancano alla fine del suo mandato. Temono che possa far correre seri rischi alla sicurezza degli Stati Uniti. Da quando è stato nominato Presidente, le sue iniziative estemporanee da imbarazzanti sono divenute sempre più gravi e pericolose per la Nazione, fino al punto di mirare chiaramente alla destabilizzazione dello stato di diritto e della democrazia degli USA. L’obiettivo dei vertici istituzionali, ormai consapevoli della sua pericolosità, è quantomeno contenerlo con una “camicia di forza costituzionale” per impedirgli di fare ulteriori danni.  Sicuramente la tensione rimarrà alta fino a mezzogiorno del 20 gennaio 2021.

Articolo pubblicato da “Il Denaro” l’8 gennaio 2021.

Elezioni pulite e il ritorno alla normalità

Il presidente Donald Trump ha perso le elezioni. Le ha perse in modo pulito. Non ci sono stati brogli e non ci sono stati grandi errori da parte degli addetti alle operazioni di voto in nessuno dei 50 stati o nei diversi distretti elettorali. Le poche irregolarità, abbastanza fisiologiche quando votano oltre 140 milioni di cittadini, non hanno favorito né una parte né l’altra. Ci sono state contestazioni legali e procedurali rispetto alle date cui accettare il voto per posta, al tipo di documento d’identità richiesto per chi votava di persona, su come contare i voti espressi con schede che gli scanner non riuscivano a leggere. Niente di più. Tutte le accuse, le esagerazioni, i video virali e le tante parole dette e messe in giro da complottisti di ogni specie, sono state rispedite al mittente. Non dai democratici, non da chi ha votato contro Trump, ma dagli stessi governatori repubblicani, dagli amministratori elettorali repubblicani, dai giudici nominati dai politici repubblicani, dalla stampa repubblicana. Insomma, Trump è sconfitto ed è isolato.


Le attuali accuse di brogli e di errori grossolani portate avanti da alcuni sostenitori di Donald Trump rientrano nella più ampia battaglia in corso negli USA sulla rappresentazione della realtà. Prima dell’ascesa di Trump, democratici e repubblicani potevano interpretare diversamente un evento, un accadimento, ma erano d’accordo che erano cose effettivamente accadute. Durante il corso del mandato del Presidente Trump, la CNN ha più volte messo in onda una pubblicità mostrando una mela, indicando che non importava quante volte la si volesse chiamare una banana, anche urlando ad alta voce, sarebbe sempre rimasta una mela. In America, con l’elezione di Joe Biden e Kamala Harris, è stato fatto un grande passo verso la normalità della realtà. Una banana è una banana e non è e non sarà mai una mela. Così come una mascherina da indossare durante la pandemia è sempre e solo una mascherina e non una dichiarazione politica. Trump accusava i democratici di usare il mantra “Covid-Covid-Covid” per motivi elettorali, e che la pandemia sarebbe miracolosamente scomparsa dopo le elezioni. Invece, continua ad esistere e i 244 mila morti sono reali. Così come lo sono i 181 mila nuovi casi registrati il 13 novembre. I morti e i contagiati sono democratici e repubblicani, cittadini e immigrati, giovani e anziani, imprenditori e operai, bianchi e neri.


È innegabile che una parte dell’opinione pubblica negli USA, così come altrove, è affascinata dalle interpretazioni fantasiose della realtà. Le teorie complottiste sono all’ordine del giorno. Colpiscono intellettuali e persone meno colte, ricche e meno abbienti, forse con pari frequenza. Il dubbio, non quello sano, scientifico, si è insinuato dovunque. E così si leggono commenti sui social che lasciano senza parole. Si nega l’esistenza del COVID-19, così come si nega che Biden abbia vinto in modo pulito le elezioni.


Tornando alla realtà, Joe Biden sarà il 46mo presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 2021. Senza una politica atta a contenere la pandemia, si stima che per quella data moriranno negli USA almeno altre 100 mila persone. Ed è per questo che Biden ha deciso, come primo atto formale da “president-elect”, di nominare una commissione sanitaria composta dai migliori specialisti attualmente disponibili negli USA, per affrontare la pandemia in modo decisivo, sistematico e scientifico. È il ritorno alla normalità della realtà.

Articolo pubblicato il 14 novembre 2020 su “Il Denaro” online.