Trump, Castro e le promesse elettorali

cheering-at-castros-death
Celebrazioni a Miami per la notizia della morte di Fidel Castro

Anthony M. Quattrone, Ph.D.

La vittoria di Donald Trump è già materia di studio per analisti e commentatori in tutto il mondo. Le dinamiche che hanno permesso ad un imprenditore senza alcuna esperienza né politica né di governo di diventare il candidato repubblicano e poi di vincere le elezioni americane sconfiggendo l’establishment di entrambi partiti, possono essere comprese anche attraverso un’attenta analisi delle promesse messe in campo da Trump. Le stesse promesse che lo hanno portato alla vittoria sono quelle che potrebbero causargli i più grandi problemi nel corso dei prossimi quattro anni.

Con la notizia della recente scomparsa del dittatore cubano Fidel Castro, torna al centro dell’attenzione la promessa che Trump ha fatto alla comunità cubana-americana residente (e votante) in Florida a metà settembre di quest’anno, di disfare gli accordi fatti dal presidente Barack Obama con Raul Castro, ribaltando completamente quanto aveva dichiarato un anno prima. Mentre nel settembre 2015, Trump valutava positivamente l’apertura diplomatica e commerciale con Cuba, un anno dopo, corteggiando il voto della numerosa comunità cubana in Florida, ha promesso di cancellare gli “ordini esecutivi” che Obama promulgò nel 2014 – ordini che permisero agli USA e Cuba di riprende rapporti diplomatici dopo 50 anni di interruzione.

cubans-4-trump
Sostenitori cubani di Trump durante un comizio svolto a Miami il 2 novembre 2016

Mentre nel marzo 2016 Trump valutava addirittura la possibilità di aprire un albergo a Cuba, ragionando come un qualsiasi imprenditore americano, oggi le sue dichiarazioni da presidente in pectore hanno e avranno una valenza diversa. La comunità cubana della Florida ha probabilmente contribuito in modo significativo alla sua elezione, dandogli la possibilità di vincere in uno degli stati più determinanti nella corsa verso la Casa Bianca, con i suoi 29 voti elettorali. Cosa farà ora? Ragionerà con il cappello dell’imprenditore, spinto dalle tante imprese americane interessate a riaprire i rapporti commerciali con Cuba, o farà il politico alla vecchia maniera, come qualsiasi membro dell’establishment che lui stesso ha sconfitto, pagando il “debito” con la comunità cubana-americana?

La comunità cubana di Miami è influente e non permetterà a Trump di ribaltare in modo indolore la sua “nuova” posizione su Cuba, ovvero quella del settembre 2016, quella che gli è servita per essere eletto. Ogni parola che dirà, ogni azione che porterà avanti, specialmente durante i primi 100 giorni della sua amministrazione, sarà valutata con la lente di ingrandimento non solo da chi lo ha votato, ma anche da chi ha perso, pronto a rinfacciargli ogni promessa non mantenuta. Se Trump vorrà mantenere la promessa elettorale fatta alla comunità cubana della Florida, dovrà prendere una posizione estremamente dura con Raul Castro, legando la sopravvivenza degli accordi alla concessione di ampie libertà civili, politiche e religiose nel isola caraibica.

Ovviamente, se Trump decidesse di cancellare gli ordini esecutivi del presidente Obama, dovrà scontrarsi con le tante imprese che hanno già intrapreso rapporti commerciali con Cuba, a partire dai colossi del trasporto aereo e dell’industria alberghiera, la stessa industria di cui fa parte lo stesso presidente-eletto.

Obama e l’Egitto in fiamme

U.S. President Barack Obama makes a statement about the violence in Egypt while at his rental vacation home on the Massachusetts island of Martha's Vineyard in Chilmark, August 15, 2013. (Photo: Reuters)
U.S. President Barack Obama makes a statement about the violence in Egypt while at his rental vacation home on the Massachusetts island of Martha’s Vineyard in Chilmark, August 15, 2013. (Photo: Reuters)

Anthony M. Quattrone, Ph.D.

Il presidente americano Barack Obama è in grande difficoltà di fronte agli avvenimenti che stanno accadendo in Egitto in questi giorni di metà agosto.  Il massacro di centinaia di civili, sostenitori del primo presidente eletto democraticamente, Mohamed Morsi, leader del movimento integralista islamico, i Fratelli Mussulmani, è documentato da tutte le televisioni americane.  Il presidente condanna la violenza contro i civili ma non usa la terminologia “colpo di stato” per descrivere l’intervento dello scorso 3 luglio da parte delle forze armate egiziane, perché la legge americana vieterebbe al governo USA di fornire circa 1,3 miliardi di dollari ai militari egiziani in caso di “golpe”.  In caso di blocco dei finanziamenti USA all’Egitto, non solo le maggiori imprese americane nel campo della difesa, come la Lockheed Martin e la General Dynamics, perderebbero milioni di dollari in commesse militari, ma ci sarebbero anche riflessi negativi sull’industria italiana, perché l’Italia è tra i cinque maggiori fornitori europei delle forze armate egiziane e le esportazioni di armi dall’Italia all’Egitto sono in costante crescita, anche quest’anno.

Il presidente americano Barack Obama aveva rilasciato il 3 luglio 2013 una articolata dichiarazione attraverso un comunicato stampa con precise valutazioni rispetto alle azioni intraprese dalle forze armate egiziane, culminate prima nella rimozione e successivamente nell’arresto del primo presidente Morsi. Il presidente egiziano, che era stato eletto il 24 giugno 2012 con il 51% dei voti, era diventato il bersaglio degli attacchi dell’opposizione quando, il 22 novembre 2012, si era attribuito attraverso un decreto amplissimi poteri fra cui quello di rendere non impugnabili i suoi decreti presidenziali.  Le opposizioni avevano visto nel decreto del 22 novembre 2012 l’inizio di un’involuzione autoritaria, che avrebbe potuto portare alla limitazione dello stato di diritto, schiacciando qualsiasi possibilità di futuro confronto democratico, con l’islamizzazione dello Stato, che avrebbe potuto portare il paese verso una dittatura islamica.

Nella dichiarazione del 3 luglio 2013, Obama espresse la sua profonda preoccupazione “per la decisione delle Forze Armate egiziane di rimuovere il presidente Morsi e sospendere la Costituzione egiziana.”  Il presidente americano lanciò anche un “appello alle forze armate egiziane affinché agiscano rapidamente e responsabilmente per restituire piena autorità ad un governo civile democraticamente eletto, il più presto possibile, attraverso un processo inclusivo e trasparente”. Obama ammonì anche le forze armate affinché si evitasse “qualsiasi arresto arbitrario ai danni del presidente Morsi e dei suoi sostenitori”.  Obama faceva anche appello a tutte le parti per risolvere in modo nonviolento le differenze, garantendo la sicurezza e i diritti di tutti, ribadendo che gli USA non sostenevano nessuna delle parti in lotta, ma che era opinione degli americani che solo il rispetto dello stato di diritto e della procedura democratica avrebbe potuto garantire al popolo egiziano il raggiungimento delle sue giuste aspirazioni.

Dal 3 luglio ad oggi, la situazione in Egitto è precipitata e le peggiori preoccupazioni del presidente Obama si sono avverate.  Oggi, con le immagini in diretta TV del massacro in corso, con la determinazione dei leader dei Fratelli Mussulmani di esigere attraverso la mobilitazione della piazza il rispetto delle regole democratiche che avevano portato all’elezioni di Morsi nel giugno 2012, Obama si trova in una situazione dove qualsiasi iniziativa americana può innescare una serie di eventi imprevedibili.  Nel frattempo il presidente americano ha cancellato il 15 agosto 2013 le esercitazioni che i militari americani e egiziani avrebbero dovuto svolgere il prossimo settembre, ma continua ad evitare di parlare di colpo di stato.

Obama è consapevole che se i militari egiziani non ridessero ai civili il potere nel breve termine e se l’Egitto non riuscisse a continuare nel suo percorso verso uno stato di diritto, con garanzie per i diritti civili, e con un governo eletto democraticamente, il futuro di tutte le rivoluzioni democratiche arabe sarebbe in pericolo.  Il fallimento della democrazia in Egitto e in tutto il mondo arabo fornirebbe argomenti a coloro che in America, sia di centrodestra sia di centrosinistra, credono che l’Islam sia incompatibile con la democrazia, con la libertà e con lo stato diritto e che l’unica forma di dialogo con i paesi islamici è quello che si basa sull’uso della forza.  Il fallimento della democrazia in Egitto potrebbe innescare una reazione a catena in tutto il mondo arabo, allontanando la possibilità di un raggiungimento di una pace duratura fra arabi e israeliani e una soluzione equa per il popolo palestinese.  Le decisioni che prenderà Obama nelle prossime ore potranno influenzare il corso degli eventi per i prossimi anni in tutto lo scacchiere mediorientale.

Disoccupazione USA: un calo solo statistico

Anthony M. Quattrone

Image from the Department of Labor websie
Image from http://www.boomdoomeconomy.blogspot.com

Il tasso di disoccupazione americano è sceso al 7,5% per il mese di aprile 2013, registrando il livello più basso in quattro anni. Il dato, annunciato il 3 maggio 2013 dal Dipartimento del Lavoro USA, ha avuto un effetto positivo immediato sui mercati americani e internazionali, portando la Media Industriale Dow Jones sopra quota 15.000 per la prima volta nella sua storia. Secondo i dati annunciati dal governo USA, i nuovi posti di lavoro, nei settori non agricoli, sono aumentati di 165 mila unità, superando di 20 mila quelli già previsti. Il dato di aprile è anche superiore alla rilevazione di marzo, che, dopo varie correzioni, si è attestato ad un aumento di circa 138 mila posti di lavoro rispetto al mese precedente.

La traiettoria positiva sicuramente avvantaggia il presidente Barack Obama e suggerisce che l’economia americana si stia avviando verso la risoluzione di una lunga crisi, beneficiando di un mercato immobiliare in netta ripresa, un aumento della fiducia dei consumatori, e di una serie di iniziative da parte della Federal Reserve, che hanno aiutato a far diminuire i costi del credito e aumentare il valore del mercato azionario. La Fed ha indicato che intende tenere il costo del denaro il più basso possibile, almeno sino a quando la disoccupazione non sarà scesa fino al 6,5 percento.

Obama, nel discorso che tenne il 7 novembre 2012, in occasione della vittoria nelle elezioni presidenziali per il suo secondo mandato, disse che “Possiamo continuare a lottare per nuovi posti di lavoro, per nuove opportunità e per una sicurezza nuova a favore della classe media . . . Credo che siamo in grado di mantenere le promesse dei nostri padri fondatori, l’idea che se vuoi lavorare sodo . . . allora puoi farlo qui, in America”. Oggi la promessa di Obama sembra prendere forma mentre gli Stati Uniti continuano a immettere posti di lavoro nell’economia.

Tuttavia, non tutti gli analisti concordano sulla bontà dei dati sulla discesa della disoccupazione, perché la metodologia del calcolo della percentuale di disoccupazione non da un quadro completo della situazione del lavoro negli USA.

Secondo alcuni analisti, sarebbe importante controllare nelle statistiche pubblicate dal governo USA il dato percentuale generato dal rapporto fra il numero di persone impiegate e la popolazione “non instituzionale”, vale a dire, la somma di tutte le persone dai 16 anni in su, non arruolate nelle forze armate, non rinchiuse in un ospizio o in una prigione. Questa percentuale è importante perché da una visione più precisa dello stato dell’economia rispetto al dato pubblicato sulla disoccupazione, che invece è un rapporto fra i disoccupati in cerca di lavoro e la forza lavoro (cioè, la somma degli impiegati e i disoccupati in cerca di lavoro). In breve, un disoccupato che si è scoraggiato e non cerca più lavoro non conta più come parte della forza lavoro e pertanto le statistiche non lo conteggiano più. Pertanto è fondamentale conoscere tre dati per capire l’andamento dell’occupazione negli USA. Il primo è il totale della popolazione non istituzionale. Il secondo è il totale della forza lavoro (occupati più disoccupati in cerca di lavoro). Il terzo è il numero degli occupati.

Utilizzando questi tre dati si può raffrontare i dati dell’aprile 2012 con quelli dell’aprile 2013 e si possono trarre alcune interessanti conclusioni. La popolazione “non istituzionale” americana è passata da 242,784 milioni di persone a 245,175 milioni, con un aumento di 2,391 milioni di persone. A fronte di questo aumento della popolazione potenzialmente lavorativa, la forza lavoro è cresciuta da 154,451 milioni dell’aprile 2012 ai 155,238 milioni dell’aprile 2013, pari a un aumento di sole 787 mila unità, ovvero, un terzo dell’aumento della popolazione “non istituzionale”. Gli occupati sono andati dai 141,934 milioni di lavoratori dell’aprile 2012, ai 143,579 milioni dell’aprile 2013, con un aumento di 1,645 milioni di lavoratori. La lettura di questi dati, indica che addizionando i disoccupati in cerca di lavoro dell’apile 2012, (cioè 12,517 milioni di persone) con l’aumento della popolazione non istituzionale (cioè 2,391 milioni di persone), si arriva a un totale di 14,908 milioni di persone. Da questo totale si può sottrarre l’aumento del numero degli occupati fra l’aprle 2012 e quello del 2013 (cioè 1,645 milioni di lavoratori). Pertanto, i disoccupati dovrebbero essere 13,263 milioni di persone. I dati pubblicati dal governo USA registrano 11,659 milioni disoccupati ancora in cerca di lavoro. La differenza fra i due dati dimostra che 1,604 milioni di americani che non lavorano non sono più considerati “disoccupati” secondo le statistiche.

Lo stesso Dipartimento del Lavoro, nel suo rapporto ufficiale del 3 maggio 2013, definisce “discouraged” (scoraggiati) almeno 835 mila americani che non sono più considerati “disoccupati” in questo momento perché si sono arresi nella ricerca di un posto di lavoro.

Nella migliore delle ipotesi, volendo vedere “rosa”, si può utilizzare il rapporto fra popolazione impiegata e popolazione “non istituzionale”, e arrivare alla conclusione che negli USA la situazione è piuttosto stabile nell’ultimo anno: nell’aprile 2013 il 58,56% della popolazione “non istituzionale” è impiegata, contro il 58,46% dell’aprile 2012, con un aumento dello 0,10%. 

Obama vince in linea con le previsioni dei sondaggi

Il Senato a maggioranza democratica, la Camera ai repubblicani

Supporters cheer at the end of President Barack Obama remarks during an election night party, early Wednesday, November 7, 2012, in Chicago. Obama defeated Republican challenger former Massachusetts Gov. Mitt Romney. (Matt Rourke/AP Photo)

Anthony M. Quattrone

I dati oggettivi che emergono dalle elezioni americane del 6 novembre 2012 sono la riconferma di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti, il controllo del Senato da parte dei democratici, quello della Camera da parte dei repubblicani, la vittoria dei democratici per 6 incarichi di governatore e dei repubblicani per 4.

Barack Obama ha ottenuto 51,25% del voto popolare e 332 voti del collegio elettorale, vincendo in 26 stati e nel Distretto di Columbia, mentre il candidato repubblicano, Mitt Romney, ha ricevuto il 48,75 del voto popolare e 206 voti elettorali, vincendo in 24 stati.  La vittoria di Obama è netta sia per quanto riguarda il voto popolare, con quasi tre milioni di preferenze in più, sia nel collegio elettorale con uno scarto di 126 punti.

Sembrerebbe che i giovani, le donne, le minoranze e gli operai delle zone industriali del Paese formino la base della nuova “coalizione vincente” che ha permesso a Obama di vincere negli stati “ballerini” come Ohio e Virginia.  L’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, non è riuscito ad allargare la base elettorale tradizionale dei repubblicani, formata dalle popolazioni bianche del sud, dalla destra religiosa, e dai conservatori moderati – una base che oggi è sempre più minoritaria rispetto ai nuovi gruppi che emergono da un’America in piena transizione demografica.  Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e giornalista del NY Times, ha scritto sul giornale newyorchese all’indomani delle elezioni che “Per molto tempo, quelli di destra – e alcuni opinionisti- hanno sostenuto l’idea che la ‘vera America’, cioè tutto quello che contava davvero, fosse quella delle popolazioni bianche non urbane, cui entrambe partiti avevano l’obbligo di sottomettersi. Nel frattempo, la vera America stava diventando diversa da un punto di vista etnica e razziale, e anche maggiormente tollerante. La coalizione di Obama del 2008 non è stato un caso, era il paese che stiamo diventando.”

Al Senato erano in palio 33 dei 100 seggi che formano l’assemblea.  In questa tornata, i democratici hanno raggiunto quota 53, mentre i repubblicani sono scesi a 45.  Sono stati eletti due senatori indipendenti che molto probabilmente entreranno nel “caucus” democratico al Senato.  Alla Camera, dove erano in palio tutti i 435 seggi che formano l’assemblea, i repubblicani hanno ottenuto di nuovo la maggioranza, superando ampiamente la soglia di 218 deputati.  Per il momento, i repubblicani avrebbero 234 deputati, contro i 195 per i democratici, con sei seggi ancora da attribuire.  E’ interessante notare, tuttavia, che mentre i democratici hanno ottenuto un voto popolare più alto dei repubblicani, questi ultimi hanno guadagnato più seggi.  Il sistema elettorale americano non si basa sulla proporzione del voto popolare per la determinazione dei seggi da assegnare alla Camera, bensì sulla competizione diretta fra i diversi candidati in ciascuno dei 435 distretti elettorali.  Pertanto, la Camera USA vedrà una maggioranza di deputati repubblicani a fronte di una maggioranza di voto popolare ottenuto dai democratici.

Nelle undici competizioni elettorali per la carica di governatore, i democratici hanno vinto di nuovo in Delaware, Missouri, Montana, New Hampshire, Vermont, Washington e West Virginia, mentre hanno ceduto ai repubblicani l’incarico in Nord Carolina.  I repubblicani hanno vinto di nuovo in Indiana, Nord Dakota, e Utah.

Per valutare quanto spazio di manovra abbia Obama nel portare avanti la sua politica di riforme, sarà necessario comprendere il rapporto di forza fra progressisti e conservatori nel nuovo Congresso – un rapporto che non segue necessariamente la divisione fra democratici e repubblicani. Già nel 2008, quando sembrava che Obama avesse una solida maggioranza al Congresso, si comprese subito che i conservatori eletti nel partito democratico avrebbero formato un unico blocco con i loro colleghi repubblicani, per sbarrare la strada a qualsiasi progetto di riforma, anche leggermente progressista.  La riforma sanitaria fortemente voluta dal Presidente non è altro che il frutto di un compromesso fra la minoranza formata dai democratici liberal e progressisti e la maggioranza conservatrice formata da repubblicani e democratici di destra.

Ora sarà interessante vedere come si comporterà il 113mo Congresso quando sarà inaugurato il prossimo 3 gennaio.  Fra meno di due anni, si svolgeranno le elezioni di mid-term e saranno di nuovo messe in palio i 435 seggi alla Camera e un terzo dei 100 seggi al Senato.  Oggi il Congresso ha un gradimento sotto di sotto al 20% e molti cittadini incolpano senatori e deputati per le divisioni politiche e l’incapacità di portare a termine le riforme.  Il presidente Obama ha il vantaggio che non dovrà più prestare attenzione agli indici di gradimento, perché non è possibile un terzo mandato, e, pertanto, avrà le mani libere che potrà usare per mettere una forte pressione sui senatori e sui deputati per raggiungere accordi necessari per rilanciare l’America.