Presidenziali Usa: Obama, la tattica dell’attesa

Il candidato repubblicano ed ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, parla durante un comizio il 9 febbraio 2012 a Oklahoma City. (AP Photo/Eric Gay)

Anthony M. Quattrone

La tattica dell’attesa adottata dagli strateghi della campagna elettorale di Barack Obama è sempre più influenzata da due circostanze: il miglioramento dei dati dell’economia Usa in generale e della disoccupazione in particolare, e lo scontro sempre più fratricida fra i candidati repubblicani nelle primarie in corso.  Obama ha raccolto un’immensa potenza di fuoco, fatta da 125 milioni di dollari, che ha ricevuto dai suoi sostenitori fino al 31 dicembre 2011, e che, fino ad oggi, non ha dovuto impegnare il modo rilevante per la sua campagna elettorale.  Come nella campagna del 2008, Obama sta raccogliendo molti contributi di sostenitori che possono permettersi piccole cifre: ha raccolto settantaquattro milioni di dollari da sostenitori che hanno contribuito fino a duecento dollari a testa, e poco oltre nove milioni fra chi ha potuto contribuire fra duecento e i cinquecento dollari.

La notizia diramata dal Dipartimento del Lavoro che la disoccupazione americana è scesa, attestandosi a 8,3 percento da 8,5 del mese scorso e da 9,1 del dicembre 2010, toccando il più basso livello dal febbraio 2009, con un’aggiunta di circa 240 mila posti di lavoro, è sicuramente un dato decisivo a favore di Obama.  Infatti, in coincidenza con le buone notizie che arrivano dal fronte economico, i sondaggi hanno rilevato un generale aumento del gradimento nei confronti del presidente, portandolo, in media, a 49 percento a favore e 47 contrari.  Il sondaggio svolto il 4 febbraio 2012 per ABC News/Washington Post registra 50 percento di gradimento contro il 46 percento a sfavore.  La tendenza dei sondaggi sembrerebbe registrare una crescita del gradimento nei confronti di Obama in correlazione con le notizie positive sulla disoccupazione.  Il dato sul gradimento è indicativo perché, a differenza dell’incremento registrato a maggio 2011, dopo l’operazione che ha portato all’uccisione di Osama bin Laden, il risultato di questi giorni non è legato a fatti eccezionali, bensì alla condizione generale dell’economia.  Tuttavia, lo staff del presidente rimane preoccupato per un’altra rilevazione dei sondaggi, quello riguardante l’opinione degli americani rispetto alla direzione cui sta andando il Paese: il 62 percento degli americani crede che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, mentre solo il trenta percento pensa che il Paese sia sulla giusta strada.

In casa repubblicana, i quattro contendenti rimasti in gara continuano a darsi battaglia senza alcuna esclusione di colpi, quasi fossero iscritti a partiti diversi.  Le schiaccianti vittorie dell’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, in Florida il 31 gennaio 2012 e in Nevada il 4 febbraio 2012, avevano creato la sensazione che i giochi fossero fatti, dando al milionario mormone un impulso decisivo verso la nomination.  Invece, il 7 febbraio 2012, l’ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, ha vinto in Minnesota, Missouri, e Colorado, raccogliendo il voto della parte più conservatrice del Paese e della stessa base repubblicana, che continua a non essere convinta che Romney sia abbastanza conservatore e che questi potesse realmente rappresentare le posizioni della destra religiosa americana.  In Minnesota, un altro beniamino della destra repubblicana, il deputato del Texas, Ron Paul, ispiratore del movimento “Tea Party”, è arrivato secondo, battendo anche lui Romney.  L’ex presidente della Camera americana, Newt Gingrich, forte della convincente vittoria nel Sud Carolina, non è riuscito a brillare nemmeno lui con gli elettori della destra oltranzista, forse perché il suo stile di vita non è esattamente in linea con i precetti della destra religiosa.  Nelle gare svolte fino ad ora, Romney potrà contare su 90 delegati, Santorum su 44, Gingrich su 32 e Paul su 13 dei .1.144 che servono per vincere la nomination durante la Convention Repubblicana il 27 agosto 2012 a Tampa, in Florida.  E’ interessante notare, tuttavia, che, indipendentemente dall’assegnazione dei delegati fino ad ora, Romney ha ottenuto 40,2 percento del voto popolare, contro 30,1 per Gingrich, 15,5 per Santorum e 11 per Ron Paul.

Secondo i sondaggi, Obama è vincente contro di ognuno dei quattro candidati repubblicani.  Contro Romney, Obama ha un vantaggio di 48,1 a 44,3.  Contro Gingrich, Obama ha un vantaggio di 51 a 40,4. Contro Santorum, il vantaggio è di 49,8 a 41,2. E, infine, contro Ron Paul, il vantaggio è di 48,2 a 42.  Gli strateghi democratici preferirebbero che Obama affrontasse a novembre uno dei candidati repubblicani più conservatori, come Santorum, Gingrich o Paul, sperando così di poter conquistare il voto indipendente e moderato, che difficilmente potrebbe concentrarsi su uno dei candidati della destra conservatrice.  Mitt Romney, pertanto, rimane il candidato più temibile per Obama perché è l’unico che potrebbe attrarre il voto degli indipendenti e di quelli che nel 2008 hanno votato per Obama ma oggi non lo appoggiano più.

Se l’economia continuasse a migliorare e i dati della disoccupazione continuassero a scendere, Obama potrà proseguire nel godersi lo spettacolo dei repubblicani che si fanno la guerra, aspettando il momento più opportuno per finalmente iniziare la campagna elettorale.

Pubblicato da “Il Denaro” l’11 febbraio 2012 con il titolo “Barack Obama adotta la strategia dell’attesa”

Pubblicato da

Anthony M. Quattrone, Ph.D.

This blog is managed by Anthony M. Quattrone, Ph.D. Dr. Quattrone holds a Bachelor of Arts from the University of Maryland, a Master of Education from Boston University, and a Ph.D. in Applied Management and Decision Sciences from Walden University. Dr. Quattrone has worked in Naples for the past 35 years in the management of international education programs and in the management of human resources for a major international organization. Dr. Quattrone, a native New Yorker, has written several hundred articles for the Italian media regarding both local and international politics.

1 commento su “Presidenziali Usa: Obama, la tattica dell’attesa”

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