Pechino-Washington: incrocio pericoloso

Le gaffe di Hillary Clinton e l’aggressività cinese

Free Tibet activists march during a peace march rally in Tokyo, Japan, Saturday, March 14, 2009. The rally marks the 50th anniversary of the failed uprising against the Chinese rule in their homeland. (AP Photo/Itsuo Inouye)
Free Tibet activists march during a peace march rally in Tokyo, Japan, Saturday, March 14, 2009. The rally marks the 50th anniversary of the failed uprising against the Chinese rule in their homeland. (AP Photo/Itsuo Inouye)

Anthony M. Quattrone

Quando lo scorso 20 febbraio, il Segretario di stato americano, Hillary Clinton, dichiarò che le violazioni dei diritti civili da parte dei cinesi non dovevano impedire una fattiva collaborazione fra gli Stati Uniti e la Cina sugli altri temi, come la crisi economica globale, il cambiamento climatico, e sulle minacce alla sicurezza da parte di paesi come la Corea del Nord, molti attivisti nel campo dei diritti civili rimasero alquanto perplessi, se non totalmente sorpresi.  Amnesty International si è affrettata a ricordare alla signora Clinton che, “gli Stati Uniti sono fra i pochi paesi al mondo che possono affrontare la Cina sulla questione dei diritti umani”.  Secondo Amensty International, “il popolo cinese è in una situazione gravissima, con mezzo milione di persone che sono attualmente imprigionate in campi di lavoro, con molte donne obbligate ad abortire, e altre che sono sterilizzate per garantire la politica demografica cinese, che prevede solo un figlio a coppia”.

Il tempismo delle dichiarazioni della Clinton è stato particolarmente sfortunato, se si considera che nel 2009 ricorrono due anniversari molto significativi nel campo dei diritti civili e della libertà.  Il 10 marzo è stato il cinquantesimo anniversario della fallita rivolta del popolo tibetano, che nel 1959, fu schiacciato nel sangue da parte del cosiddetto “esercito di liberazione” cinese, portando poi all’esilio di Sua Santità il 14mo Dalai Lama.  Il prossimo 4 giugno sarà il ventesimo anniversario dell’eccidio di Piazza Tienanmen di Pechino, quando, nel 1989, centinaia, se non migliaia, di pacifici manifestanti cinesi furono massacrati dalle forze armate.  Due massacri a distanza di 30 anni l’una dall’altra, sono ancora oggi vivi nella memoria di tutti coloro che amano la libertà, la democrazia, e credono nell’autodeterminazione dei popoli.

Il governo americano ha voluto rimediare subito al malumore creato dalle dichiarazioni della Clinton, con due interventi che hanno scatenato una furibonda reazione da parte dei cinesi.  Il primo si riferisce al rapporto annuale pubblicato dal Dipartimento di Stato, sullo status dei diritti umani nel mondo.  Il documento, pubblicato il 25 febbraio 2009, firmato proprio da Hillary Clinton, come capo del Dipartimento di Stato, accusa la Cina di aver incrementato la repressione culturale e religiosa in Tibet ed in altre zone del paese, aumentando anche il numero degli arresti e degli abusi nei confronti di cittadini appartenenti alle diverse minoranze.  Per il Dipartimento di Stato, la situazione dei diritti umani in Cina è rimasta a livelli bassi, ed in alcune zone del paese è addirittura peggiorata.  Le autorità cinesi, secondo il rapporto, permettono uccisioni extragiudiziarie, l’uso della tortura, l’estorsione di confessioni dai prigionieri, e fanno anche largo uso di campi di lavoro, limitando il diritto alla privacy, il diritto di parola, di assemblea, di movimento, e di associazione.  Purtroppo, secondo quanto dichiara il Dipartimento di Stato Usa, la repressione cinese e la violazione dei diritti umani è aumentata proprio durante le Olimpiadi di Pechino, nell’agosto del 2008, ed anche alla fine dell’anno, in occasione di una petizione firmata sull’internet da ottomila cinesi, in cui si chiede l’ampliamento dei diritti di espressione.

La seconda iniziativa del governo Usa proviene direttamente dalla Casa Bianca, dove Robert Gibbs, il portavoce del presidente Barack Obama, ha dichiarato il 10 marzo 2009 che, mentre “rispettiamo l’integrità territoriale della Cina e consideriamo il Tibet come parte della Cina, siamo preoccupati a riguardo della situazione dei diritti umani in Tibet”. La Casa Bianca ha chiesto con forza ai governanti cinesi di intavolare trattative serie con i rappresentanti del Dalai Lama.  I cinesi hanno risposto alle iniziative americane con una protesta del ministero degli esteri.  Secondo, Ma Zhaoxu, il portavoce del ministero, “la parte americana ha confuso i fatti e accusa erroneamente la Cina, per nessun motivo, attraverso la sua grossolana ingerenza negli affari interni cinesi”.

Se la questione dei diritti umani in Cina è rimasto sempre un punto di dissidio fra Washington e Pechino, i due giganti che si affacciano sul Pacifico hanno però trovato molto in comune nel condurre affari economici negli ultimi trenta anni.  Ora, forse qualcosa sta cambiando proprio a causa dell’attuale contingenza economica, perché gli interessi che hanno unito Usa e Cina nell’import e nell’export, ora vanno in direzioni diverse.

Durante la grossa espansione cinese degli ultimi decenni, favorita dagli investimenti occidentali, con l’installazione in Cina di interi settori della produzione manifatturiera, dall’abbigliamento agli elettrodomestici, la Cina è diventata una parte integrante della catena produttiva capitalista mondiale, e i suoi prodotti trovavano i maggiori acquirenti specialmente in Usa.  Il processo di apertura della produzione cinese verso il mercato globale, tuttavia, non ha sempre funzionato in senso inverso, e i prodotti occidentali, con alcune irrilevanti eccezioni, trovavano un mercato in Cina solo se questi erano fabbricati in quel paese.  Oggi, la produzione cinese deve fare i conti con la crisi mondiale affrontando la realtà che le esportazioni sono in caduta libera.  E’ dell’11 marzo 2009 la notizia che l’export cinese sembrerebbe aver subito un tracollo già del 20%, ben oltre la stima ottimista che prevedeva un calo dell’uno percento.  Il governo di Pechino è dovuto intervenire con un piano di stimolo dell’economia per 586 miliardi di dollari, prevedendo tagli fiscali, e bloccando l’apprezzamento dello yuan.  Già sono milioni i lavoratori cinesi che hanno perso il posto di lavoro.

L’obiettivo di creare una società armoniosa, tanto esaltata dalla dirigenza cinese, e in primo luogo dal premier Wen Jiabao, può essere raggiunto solo se si riesce a garantire alla popolazione il lavoro e un reddito costante.  La mancanza dei diritti civili liberali in Cina è stata controbilanciata, almeno da un punto di vista della propaganda, dall’attuazione dei diritti sociali, come il lavoro, la casa, il servizio sanitario nazionale.  La crisi economica mondiale influenza anche la Cina, proprio a causa dell’interdipendenza dell’economia cinese con quella del resto del globo, creando il rischio che l’obiettivo della “società armoniosa” fallisca in pieno.  I dirigenti comunisti forse dovranno affrontare, a breve, non solo le proteste dei tibetani e delle altre minoranze oppresse, e quelle dei cinesi che vogliono più diritti civili, ma anche dei milioni di disoccupati che reclamano “pane e lavoro”.  La miscela che si sta formando potrebbe creare una situazione esplosiva per la Cina comunista.

La dirigenza di Pechino ha forse la necessità di distogliere l’opinione pubblica dalla crisi economica in corso, e indirizzare l’attenzione altrove, mentre aumenta la repressione interna.  Ed è forse proprio questa la ragione cui i comunisti cinesi hanno reagito con tanta determinazione l’8 marzo, alla presenza della nave militare americana USNS Impeccabile, a circa 120 chilometri dall’Isola di Hainan, nel mar cinese meridionale, in acque internazionali, circondando la nave a stelle strisce con cinque imbarcazioni, rischiando in questo modo lo scontro. Il dipartimento della difesa Usa ha riferito che l’incidente dell’8 marzo 2009 era stato preceduto nei giorni scorsi da comportamenti sempre più aggressivi da parte delle imbarcazioni cinesi.

Le crisi economiche e politiche normalmente creano preoccupazioni, ma anche grandi opportunità.  C’è chi in America e nel mondo occidentale vorrebbe che in Cina regnasse lo status quo, necessario per fare buoni affari. C’è invece chi spera che qualcosa accada per dare ad oltre un miliardo di cittadini cinesi la libertà, quella dei diritti liberali.  La politica estera americana ed europea, in questo momento di crisi economica globale, potrà influenzare in modo decisivo cosa succederà in Cina. Una sola cosa è certa: mettere in secondo piano i diritti umani, come ha fatto Hillary Clinton durante il suo recente viaggio in Cina, non serve al popolo cinese.

Pubblicato da

Anthony M. Quattrone, Ph.D.

This blog is managed by Anthony M. Quattrone, Ph.D. Dr. Quattrone holds a Bachelor of Arts from the University of Maryland, a Master of Education from Boston University, and a Ph.D. in Applied Management and Decision Sciences from Walden University. Dr. Quattrone has worked in Naples for the past 35 years in the management of international education programs and in the management of human resources for a major international organization. Dr. Quattrone, a native New Yorker, has written several hundred articles for the Italian media regarding both local and international politics.

1 commento su “Pechino-Washington: incrocio pericoloso”

  1. Caro Tony ,spero che ti ricordi di me e delle nostre discussioni quando lavoravamo alla base.Tu sai che ti ho sempre stimato per la tua serietà e l’onestà intellettuale che ti ha sempre distinto.Ora più che mai mi cogratulo con te per l’utilissimo lavoro che stai svolgendo come giornalista.Ituoi interventi sulla politica americana danno delle chiare delucidazioni su ciò che sta avvenendo in questo grande paese e come attraverso la politica del suo grande Presidente gli americani stanno cercando di superare questa grande crisi economica.Bravo Tony e “AD MAIORA”.
    Io insegno sempre Italiano alla Maryland University dove ci sono ancora dei buoni amici.Un forte abbraccio.Enzo

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