Progetto Obama: “Let America be America again”

Diana De Vivo

Stretta tra “Declinisti” e “Rinnovamentisti”, che molto hanno presagito in passato sul futuro degli Usa, ferita e sconvolta dai terroristi dell’11 Settembre, profondamente fiaccata da spedizioni punitive senza sbocco e impantanatasi nella retorica dei “pre-emptive strikes”, il 4 Novembre Barack Obama ha raccolto quest’America disanimata e l’ha riempita di speranza, di orgoglio ritrovato, non di arroganza.

“Let America be America again”, “Che l’America torni l’America”, uno slogan che tutti avrebbero voluto pronunciare qualche anno fa, ma che la storia si è incaricata prontamente di smentire. La missione di Obama nel traghettare l’America verso un destino migliore prende le mosse dagli appelli di coloro che sono pronti ad avventurarsi in una nuova era, a recidere i flebili legami con il passato a prospettare un approdo migliore, anzi, il migliore possibile.

Irradiato da questo simbolismo il Presidente appena eletto dovrà sapientemente posizionare le pedine del gioco al posto giusto al fine di non incorrere nei fantasmi ancestrali, arginando la serpeggiante crisi di fiducia di cui la democrazia a stelle e strisce soffre da un bel po’di tempo e che solo la miope fiducia negli accorati appelli agli ideali della libertà, vagamente intesi e declinati dal Presidente Bush, riusciva velatamente a celare.  

Cullandosi nel mito della superpotenza solitaria, inebriandosi dell’ideale di democrazia, l’America si illudeva che la disgregazione dell’Unione Sovietica in una miriade di Stati che squarciarono presto la corazza federale, si sarebbe tradotta simultaneamente nel proprio trionfo contro l’ultima tirannia del mondo. E immediatamente si gridò alla “fine della storia”, un errore grossolano che l’America avrebbe pagato. Obama parte da questa disillusione, fondando il suo mandato sul riconoscimento dello status e degli interessi di ciascuno in un mondo multipolare, non su un’etica super partes, prigioniera dell’illusoria supremazia dell’hard power.

Un mondo multipolare implica l’esistenza di una serie di attori, nell’ambito delle Relazioni Internazionali, che posseggono, ed allo stesso tempo, esercitano svariati tipi di potere; un proliferare di centri in cui nessuno può dirsi totalmente dominante o indipendente dalle decisioni di ciascun altro.

Un’inestricabile “interdipendenza complessa” tesse lo scenario globale, dislocando il potere relativo in una serie di attori non statali, mentre, al contrario, gli Stati assistono, inermi, ad un’erosione di potere interno ed estero. Confini permeabili, il ruolo e la forza delle organizzazioni regionali o globali, milizie, istituzioni religiose e movimenti che ininterrottamente sfidano il potere al fine di piegarlo ai propri dogmi: ecco ciò da cui non si può prescindere, ecco come un’analisi delle relazioni internazionali unicamente basata sull’hard power può mettere in serio pericolo l’America così come ha fatto in passato.

Lapalissiano, qualcuno potrebbe sostenere: e allora domandiamoci, perché finora l’Amministrazione Bush è andata in tutta altra direzione? Perché i cosiddetti neocons hanno fondato le proprie analisi su un idealismo imperante dagli slogan facili (chi non ricorda la logica esclusivista del “O con noi o contro di noi”), che per nulla hanno aiutato ad intavolare una politica estera consenziente, condivisa, pluralista, coerente ed incisiva.

I più concordano sul fatto che in Iraq gli Usa hanno vinto la guerra ma perso la pace, sul fatto che miliardi di dollari del debito estero Usa sono in mani cinesi e che le due economie sono profondamente legate, sul fatto che l’Unione Europea è un attore che non si può ignorare o consultare soltanto quando ciò appare conveniente.

Dare priorità alla crisi economica è la prima necessaria, improcrastinabile azione che Obama deve affrontare, tentando di restaurare, al contempo la fiducia nelle istituzioni, poiché da essa dipende, il ruolo futuro, reale o percepito, degli Usa e la sicurezza globale.

A partire dagli anni Ottanta, Washington ha utilizzato la leva del debito per finanziare il sogno unipolare; quest’illusione si è spenta ed è stata soppiantata dall’esigenza di una nuova Bretton Woods, un nuovo governo mondiale aperto a Cina, Europa e Giappone che cooperi con i paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina).

In secondo luogo, cambiare strategia, ritoccare gli approcci concettuali alle Relazioni Internazionali ed in politica estera, rifondandoli su una rete di partnership strategiche variabili, valutando in che contesto esercitare il ruolo di leadership o di cooperazione trasversale e multilateralismo. Icona di questa seconda priorità è avvalersi di una squadra in cui tutti gli assi siano in linea con le policy da adottare, evitando di imbrigliarsi nelle morse di qualche lobby che possa determinarne il corso; ciò che Obama ha sapientemente realizzato.

La nomina di Hilary Clinton quale Segretario di Stato è stata una scelta consapevole: fiduciosa nei valori americani, non insabbiata nelle pastoie delle vecchie retoriche, lungimirante ma preparata ed in grado di leggere gli eventi prescindendo dall’ossequioso rispetto per la “teoria” tale nomina potrebbe rappresentare il principio della svolta.

Occorre, in seguito, restaurare i legami transatlantici, in un’era in cui la Nato è fiancheggiata da diverse Organizzazioni Internazionali o Regionali e fare degli Usa “un fratello maggiore”, non “il grande fratello” all’interno dell’Alleanza.

Essa nacque, infatti, con precise finalità strategiche: “to keep the Americans in, the Russians out and the Germans down”. Si forniva, in tal modo, un’immagine delle più grandi inquietudini dell’Occidente: l’abbandono degli Usa (ciò che aveva decretato il fallimento della Società delle Nazioni), l’invasione per opera dell’Unione Sovietica, la rinascita delle mire espansionistiche tedesche.

Ma le priorità strategiche sono cambiate, così come le inquietudini: occorre “rifondare” l’Alleanza, adattarla al nuovo scenario globale, “ricucire” il consenso attorno ad essa, ricostruirne il ruolo.

In parallelo, svincolare l’Onu dalla logica della Guerra Fredda, paventando una serie di riforme: in primo luogo correggere la composizione del Consiglio di Sicurezza ed emendare il sistema di voto che lo riscatti dal sistema di “veti incrociati”. Ma questo è soltanto l’inizio.

Gli interessi nazionali sono troppo divergenti, le economie disomogenee, le culture politiche fondate su angusti paradigmi etici, ciascuno a misura del proprio cortile. Mentre continuano ad infuriare una valanga di conflitti locali o regionali, alcuni completamente fuori controllo. E’ l’ora di sagomare una governance mondiale che guardi al futuro: le premesse ci sono, diamo tempo ai risultati.

Let America be America again, let it be the dream it used to be”, senza arroganza, ma con la speranza e l’ottimismo che ha caratterizzato i suoi momenti migliori.

Pubblicato da

Diana De Vivo

La collaborazione nella realizzazione di questo sito, mi consente di approfondire le principali aree di interesse in cui mi sto specializzando. Il mio curriculum include una Laurea di primo livello in Relazioni Internazionali e Diplomatiche. Attualmente frequento un corso di Laurea Specialistica in Relazioni e Politiche Internazionali presso l'Università "L'Orientale" di Napoli. Mi auguro che il blog possa offrire al lettore gli strumenti necessari al fine di riflettere su grandi temi di politica estera e su fatti di cronaca attuali.

1 commento su “Progetto Obama: “Let America be America again””

  1. Cara Diana,
    ho trovato molto interessante il tuo articolo: per la terza volta su questo sito riesci a mettere nero su bianco le competenze e le passioni di una carriera universitaria immersa nello studio delle relazioni internazionali.
    “America will be less powerful, but still the essential nation in creating a new world order, sentenzia H. Kissinger dalle colonne de The Economist. Rimarrà certamente il paese più forte militarmente nello scacchiere internazionale, ma non riuscirà a conservare la posizione di auto-proclamato tutor mondiale. Dovrà imparare dai suoi errori e dai limiti della sua egemonia.
    Il Consiglio europeo che è appena terminato resterà nella storia, l’Ue si avvia a realizzare la più grande trasformazione in termini di sostenibilità ambientale e ristrutturazione industriale del suo cinquantennio di integrazione. Il presidente di turno dell’Ue, Nicolas Sarkozy, ha commentato così la chiusura del vertice di Bruxelles: «Non potevamo tirarci indietro proprio quando il presidente eletto degli Stati Uniti mette l’ambiente tra le sue priorità».
    Nelle parole del capo dello Stato francese si scorge lo sforzo verso un ritrovato multilateralismo, ma soprattutto la consapevolezza che l’Unione Europea è un attore che non si può ignorare o consultare soltanto quando ciò appare conveniente. L’Ue non può e non vuole essere una semplice e sterile componente in una delle tante alleanze a la carte volute dagli USA in tempo di crisi.
    Così come non si potrà più emarginare ed estromettere dal G8 il ruolo del BRIC (e forse del Sud Africa).
    Siamo di fronte a grandi sfide e mi auguro anche di fronte alla fine dell’hubris americano, la fine dell’arroganza americana e della sua zoppa egemonia. “Let America be America again, let it be the dream it used to be”, senza arroganza, ma con la speranza e l’ottimismo che ha caratterizzato i suoi momenti migliori.

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